Api e vino, binomio vincente. E se il miele sa di uva?

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Silenziose e sgargianti agli angoli dei filari, le arnie stanno facendo sempre più amicizia con la viticoltura. Raccontano il rapporto tra le api e il vigneto, che è molto di più di una semplice convivenza. Le operaie giallonere sono vere e proprie cartine tornasole della salute di un luogo, contribuiscono a combattere il marciume acido che colpisce i grappoli, cicatrizzano gli acini «feriti» dagli agenti atmosferici o da altri animali e la loro presenza indica un uso sapiente e razionato dei trattamenti chimici.  

La natura ha voluto che la vite non fosse una pianta nettarifera e le api, quindi, non possono produrre miele a partire dai suoi fiori. Noi esseri umani ci accontentiamo del dito senza prenderci il braccio. Tradotto: già la vite genera un miracolo chiamato «vino», non pretendiamo che ci offra anche il miele. Tuttavia, mette a disposizione il suo polline, e sì vedrà che vino e miele sono più di semplici amici. In primavera non è raro vedere qualche ape che volteggia e vibra attorno ai fiori della vite, dopo aver fatto visita alle corolle colorate delle erbe spontanee che crescono tra un filare e l’altro. Una danza che, secondo alcuni studi, contribuisce anche ad aumentare la produttività della vigna.  

Le colline di Palazzago in inverno

Nella bergamasca, precisamente sulle colline di Palazzago, l’alleanza tra le api e la vigna ha messo il timbro anche nel miele. Quando lo scorso settembre Gabriella e Luciano Chenet, titolari dell’azienda agricola Le Driadi Slowfarm, hanno prelevato i melari dagli apiari e hanno immerso il dito nel telaio, si sono imbattuti in una piacevole scoperta. Già lo faceva intuire il profumo, il gusto ha confermato la sensazione: il miele sapeva di uva. E visto che la coppia conosce bene il sapore del suo Merlot, che dimora su un ettaro in regime (di fatto) biodinamico, c’è da credergli sulla parola. 

«È stata un’inaspettata e gradita sorpresa», commenta Luciano. «Quando lo abbiamo assaggiato, abbiamo sorriso di fronte alla scoperta». E come dargli torto. Di fatto, si tratta di un miele millefiori prodotto da una raccolta «tardiva» effettuata a settembre inoltrato, quando i grappoli di Merlot erano a piena maturazione e le api stavano cominciando a fare scorta di polline per l’inverno. Decidere il nome del prodotto è stato un attimo: «lo abbiamo battezzato il Miele del Vigneto», raccontano i due.

È solamente il secondo anno che Le Driadi producono miele. All’inizio del 2019, dopo un’attenta ricerca sul territorio, Gabriella e Luciano hanno stretto una collaborazione con un’altra giovane azienda agricola di Cassano d’Adda, nel milanese (la guida Rossella Colombo). «La primavera e l’estate di quest’anno – continua Luciano – sono state stagioni memorabili sotto il profilo meteorologico. Il 2019, invece, è stato un giudice severo. Le api hanno sofferto, tant’è che abbiamo dovuto nutrirle con altro miele per garantirne la sopravvivenza, e la produzione è stata povera». 

Gabriella e Luciano Chenet

La coppia ha deciso di ospitare le api tra i filari del loro Merlot per contribuire alla biodiversità del vigneto, oltre che per sperimentare in prima persona l’importanza delle api nell’ecosistema.

Per salvaguardare questa felice convivenza, i due hanno messo in pratica alcuni accorgimenti. «Non tagliamo mai l’erba in vigna tutta nello stesso periodo – racconta Luciano – perché priveremmo le api di alcuni preziosi fiori. Siamo molto attenti a garantire un ciclo pieno e continuo di fioriture, limitiamo al massimo i trattamenti in vigna e abbiamo introdotto siepi e altre colture ai bordi del vigneto. Attirano la fauna e arricchiscono la biodiversità, e alcune di queste piante sono azoto fissatrici e offrono benefici sia al frutteto sia al vigneto». 

Fiori di calendula sbocciano nel vigneto di Bronner

Attorno alla cantina e ad abbracciare il piccolo vigneto sperimentale di Bronner (500 ceppi impiantati un anno fa) ha trovato casa uno dei fiori all’occhiello dell’azienda. Si tratta di un meleto che ospita varietà antiche (in tutto sono quattordici) della vicina Val Seriana e altre originarie del bellunese, recuperate da alberi di oltre novant’anni. Dalle Dolomiti si son trasferite sulle terrazze delle Prealpi Orobie e, a quanto pare, ammirare le albe che spuntano dal profilo piatto della Pianura Padana fa loro bene. Tra le cultivar impiantate c’è la Ruggine (matura in inverno ed è adatta per cuocere), la Ruggine rosa (la polpa ha sfumature rosate), la Paradiso, la Farinòt (dal retrogusto aromatico, resistente a oidio e ticchiolatura), la Pom Fera (dal frutto rosso lucido e brillante), la Piazzo invernale (dolce, succosa e adatta ad una lunga conservazione) e altre ancora.  

Non è raro vedere le api volteggiare anche intorno ai meli durante i periodi di fioritura. Le stesse che, qualche mese dopo, tornano tra i filari di Merlot per «ripararlo». Già, perché quando le amiche di Maia si avvicinano ai grappoli per alimentarsi non rompono la buccia dell’uva ma si appoggiano agli acini già aperti. Le api così succhiano la dolce polpa già esposta agli agenti atmosferici che altrimenti marcirebbe, rimediando agli effetti della grandine o ai banchetti di uccelli, vespe e calabroni.  

Il Merlot de Le Driadi

Insetti, questi ultimi, che possono sì rappresentare una (piccola) minaccia al vigneto ma che si rivelano fondamentali per la produzione del vino. Gabriella, ex biologa, mi illustra i risultati di una ricerca condotta pochi anni fa dalla Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige in collaborazione con altri istituti di ricerca.

«A lungo il mondo scientifico non ha saputo spiegare come i lieviti – spiega Gabriella -, ogni anno, tornassero puntualmente a ricoprire gli acini. Si è osservato che molti ceppi del saccaromices cerevisiae si rifugiano nell’intestino di vespe e calabroni durante l’inverno e la primavera, cioè quando l’uva non è in vigna. Quando questi insetti si nutrono dell’uva, a primo impatto svolgendo un’azione sgradita al viticoltore, in verità assumono un ruolo essenziale nel chiudere il ciclo ecologico di quei lieviti indispensabili per la fermentazione del vino». 

La morale è che se nella bella stagione degli insetti gialloneri piroettano di filare in filare non c’è da temere: è per il bene del vino. Altre ricerche hanno studiato il rapporto tra la presenza delle api in vigna e l’aumento della produzione delle uve. Una correlazione verificata, specie in annate piovose. Luciano storta il naso ma non per scetticismo. «Le variabili che incidono sulla produzione sono talmente numerose che in termini pratici è difficile distinguere e osservare l’effetto diretto di questa relazione virtuosa», dice.

Le Driadi Slowfarm

Le Driadi Slowfarm è nata innanzitutto come azienda vinicola. Ha messo le sue radici nel lembo più occidentale della bergamasca vinicola, la Valle San Martino, vocata alla viticoltura sin dal medioevo. Qui, però, i vigneti non si estendono a perdita d’occhio. O meglio, fino a qualche decina di anni fa – lo possono testimoniare gli anziani del posto – la vite ricopriva buona parte di questi colli e il vino locale riforniva Milano. Con lo sviluppo industriale del secondo dopoguerra (e non solo) la viticoltura si è ritirata in appezzamenti discreti e sparuti. Oggi il verde acceso dei vigneti bucherella di tanto in tanto il tappeto color giada delle boscose colline orobiche ma ad un occhio attento non sfuggono i molti prati terrazzati e le numerose porzioni di bosco meno fitte o ricche di roveti, segno che su quella superficie la vegetazione selvatica cresce da pochi anni. 

Luciano e Gabriella hanno deciso, nel 2014, di recuperare un vigneto di Merlot da un ettaro impiantato nel 2002 e abbandonato dal 2010. Lo si può raggiungere solo a piedi, dopo dieci minuti di camminata a partire dalla località Valmora di Pontida. In quello che oggi è il (very cozy) wine shop, un tempo c’era un «eremo»: per conoscerne la storia, decisamente singolare, vi consiglio di andare a trovarli. Pendenze arcigne (in alcuni tratti raggiungono il 50%), esposizione a sud-est e densità d’impianto «alla francese» con 6600 ceppi per ettaro, per il vigneto da cui la coppia produce due diverse etichette.

Driade Felice e Alto della Poiana, entrambi 100% Merlot

«Driade Felice», Merlot in purezza, affina per un anno in acciaio ed è una spremuta di frutta rossa matura con una vena di liquirizia e un ricordo floreale, che in bocca si esprime con una buona freschezza e un finale speziato. «Alto della Poiana», sempre 100% Merlot, riposa in barriques di vario passaggio per 18 mesi e diverte per la nota di caramello che completa un intenso bouquet floreale e fruttato che si ripresenta all’assaggio. Un vino (ho provato la 2018) che necessita ancora di qualche mese in bottiglia per potersi definire «pronto».  

Due anni e mezzo fa è stata completata la cantina di proprietà sopra il vigneto, progettata perché avesse un bassissimo impatto ambientale, e sul cui tetto si apre un ampio terrazzo dove vengono organizzate le degustazioni durante la bella stagione. 

La coppia si impegna in giochi di parcellizzazione del vigneto a seconda dell’annata. La striscia centrale dell’appezzamento è più sassosa e le piante meno produttive, così nelle stagioni favorevoli da queste uve si ottiene l’etichetta che affina in legno. I Chenet stanno continuando a recuperare vigneti abbandonati: è in affinamento in barriques di primo passaggio la prima annata di Cabernet Franc prodotta da un vigneto di 0,4 ettari situato a un paio di chilometri dalla cantina. Nel 2021 ci sarà la prima vendemmia del Marzemino, impiantato ad inizio 2018 su un terreno di 0,6 ettari. Questa varietà fa pensare subito al Trentino ma è stata coltivata per secoli nella bergamasca, prima che si cambiasse la base ampelografica che ora insiste sul taglio bordolese.

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