L’eleganza della papera

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La natura sa cosa è bello. La distonìa non esiste nei colori e nelle forme native. Pensiamo al germano (insomma, quello che tutti chiamano papera) o al pavone. Ma anche a qualche specie di pappagallo dell’amazzonia. Denotano un’eleganza innata. Sembra che il gusto (in questo caso visivo) sia una prerogativa scontata, nel mondo animale e anche in quello vegetale. All’uomo non rimane che imitare i “suggerimenti” di madre natura. Sembra facile, no? Gli stilisti, ad esempio. Prendiamo Trussardi, che ha fatto dell’abbinamento dei colori il proprio punto di forza. Riuscendoci molto bene, del resto. Ma facile non è. L’uomo vuole fare da sé. Spesso il viticoltore-imprenditore vuole pensarci in proprio, producendo risultati estetici non sempre felici, per quanto riguarda le etichette e il materiale di comunicazione. 

Ma vediamo di portare qualche esempio che vale per tutto e per tutti. Partiamo dai colori che storicamente e culturalmente andrebbero evitati. Come il viola, o certi grigio-scuro funerei. Andare contro credenze e tradizioni in modo frontale non è mai una buona idea. Curiosamente il viola, varcati i confini italiani, non è più un problema. Anzi, viene adottato spesso perché ritenuto elegante e originale. Un altro esempio di colore poco gradito per le bottiglie di vino è il giallo. Che invece va benissimo per uno shampoo. Insomma anche la categoria di prodotto dice la sua. E poi c’è il discorso dei colori “alimentari”: rosso, granata, arancio lo sono. Invece l’azzurro no. L’azzurro cielo va bene per un’acqua minerale o per un’acqua di colonia. Nel mondo del vino qualcuno lo utilizza per vestire i vini bianchi, freschi e di consumo veloce. Ma qualche dubbio rimane anche in quel caso.

Il colore è una di quelle componenti che “tengono insieme l’etichetta”. Cioè che la armonizzano, riuscendo quindi a farla risultare gradevole e otticamente fruibile (e subito dopo scatta il fattore “memorabile”). Ci sono naturalmente altri elementi importanti per una organica dinamica percettiva dell’etichetta: la grafica, l’impaginazione, le grandezze, ma di questi parleremo nelle prossime settimane. Adesso concentriamoci sui colori.

Gli oculisti, ad esempio, quando vogliono intercettare il daltonismo (difetto ottico che impedisce di cogliere alcune sfumature) utilizzano delle illustrazioni dove i colori vengono mescolati e abbinati in modo particolare: gli accostamenti sono studiati appositamente per capire se l’occhio coglie anche le più piccole variazioni di colore. Nel caso di una comunicazione come l’etichetta di un vino l’obiettivo è un altro, cioè attirare l’attenzione, possibilmente con colori o stacchi cromatici di impatto. Proprio come fa il maschio del germano con la propria fastosa livrea, per attirare l’attenzione della femmina.

O come fa il pavone quando si pavoneggia aprendo la propria coda ed esponendola in parata. Non sempre sono necessari colori forti come l’arancione o le tinte da evidenziatore come il fucsia: se posizioniamo una scritta in oro su un fondo nero, eleganza e attenzione diventano due ottimi alleati nel colpire l’occhio del viandante (che notoriamente è distratto). Così come sono colori attenzionali “da manuale” il nero o il rosso su sfondo bianco. Nel mondo della grafica e dell’arte si parla di colori complementari (e di conseguenza di quelli che non lo sono). Complementari sono il blu col giallo, o l’arancione col verde. Ma non è nemmeno detto che tutti i complementari possano risultare validi nel packaging: ad esempio affiancare il rosso e il blu potrebbe risultare fastidioso, in gergo da pubblicitari si dice che “vibrano”. Insomma calibrare i colori (quindi operare una valida scelta) non è un esercizio facile: bisogna pensarci bene prima di avviare le rotative.

Un discorso a parte merita la considerazione di collocare in etichetta delle tinte piatte (packaging con elementi grafici, cioè geometrici e cromatici) o delle illustrazioni (disegni al tratto più o meno realistici) o ancora delle fotografie (elaborate in vario modo).

Tra questi elementi le più pericolose sono queste ultime, nella gran parte dei casi da evitare: l’etichetta non è un album fotografico e la sua funzione non è quella di mostrare riproduzioni troppo fedeli della realtà, attuale o trascorsa (a volte si vedono foto d’archivio con l’obiettivo di valorizzare storia e cultura di luoghi, famiglie e avi in generale).

Le illustrazioni invece sono un buon viatico, a patto che l’esecutore sia capace e artisticamente illuminato. No a disegni di bambini delle elementari (ma anche di scuole superiori) che fanno tenerezza ma gettano una luce infantile anche sul prodotto e sulla competenza e maestria del produttore.

A volte si esagera con le etichetta artistiche propriamente dette. Opere di pittori o disegnatori importanti vengono utilizzate per valorizzare le etichette. Non sempre il risultato è ottimale. Non è consigliabile esagerare con l’arte contemporanea (o quella comunque così detta) per non turbare gli animi dei potenziali clienti (non tutti sono predisposti a fruire di concetti astratti con forme e colori disarmonici e destabilizzanti). In generale il gusto che governa l’abbinamento di colori e forme, grafica e/o illustrazioni, cornici, decorazioni e impaginazioni, non si inventa un giorno con l’altro.

Serve anche esperienza e buon senso. Tornando alla papera (che se c’è poca acqua non galleggia, dice un proverbio napoletano), se non si dispone di gusto proprio, di estro creativo o di un professionista del packaging, meglio attingere direttamente dalla natura, come detto all’inizio di questa breve trattazione, raffigurando specie ornitologiche magari rare, ma pur sempre di innegabile bellezza. Scelta che si vede spesso e che, ad esempio, una nota e stimata azienda toscana ne ha fatto bandiera seriale sulle proprie etichette. Vanno bene anche altri animali del bosco, senza sconfinare in un safari africano: la coerenza è un valore.

In questo articolo abbiamo mostrato, tra altri esempi, alcune etichette ben riuscite e altre che a nostro parere sono migliorabili. Come esercizio finale accettate per favore il suggerimento di trovare voi quelle virtuose e quelle meno opportune. Vorrà dire che avete prestato attenzione a quanto scritto fin qui e che ne avete fatto tesoro.

Alla prossima!

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