Sparkling Generation

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C’è sempre qualcosa da festeggiare. O qualcosa da dimenticare. Un momento unico in cui suggellare un successo o lasciarsi alle spalle volti o situazioni di cui fare volentieri a meno. E poi ci sono gli amici, quelli che non si preoccupano se hai una macchina bella o la casa in ordine, ma se hai abbastanza energia per andare. Se il “con chi” è risolto manca il dove. Il perché lo scopriremo solo alla fine.

Franciacorta biglietto di sola andata: perché quando trovi delle bollicine speciali non torneresti mai indietro. Arrivarci è semplice. Da Milano verso Brescia, Autostrada A4, traffico permettendo e invocando la benevolenza del Safety Tutor riesci a stare sotto l’ora. Per raggiungere il Paradiso a volte basta poco, da casello a casello. Uscita Rovato e ti si apre il mondo, tra Brescia e il Lago di Iseo: 18 comuni che fanno un territorio, storia da calpestare e da respirare, per quasi 3.000 ettari di vigneti. Perché in queste zone si è fatto vino dai tempi dei Romani. Sì, quelli dell’Antica Roma, da allora di strada se ne è lastricata tanta.

Oggi il Consorzio conta oltre 120 cantine associate con 15,6 milioni di bottiglie vendute nel 2020, di cui il 10,9% all’estero. Il nome del distretto è un toponimo e ricorda le “curtes francae”, le corti franche che risalgono alla fine dell’XI secolo: allora questo territorio era un priorato monastico ed era esente da oneri e dazi fiscali in quanto ente di beneficenza. Basta pensare all’abate Dom Pérignon nella Champagne per capire che il legame tra tonache e vite è indissolubile, e vincente. Vada anche per la benedizione monastica, ma il blasone della Franciacorta vede anche Dante Alighieri esule in transito: trovò rifugio a Paratico, nella guerra infinita tra Guelfi e Ghibellini. Che la Divina Commedia sia stata sciacquata – dopo l’Arno, il fiume di Firenze – anche nel Lago d’Iseo? Difficile a dirsi, certo è che il lago ha un ruolo così importante per la viticoltura. Ehi Bro, tutto ok? Lo senti il vento? È quello che spira dal Lago d’Iseo, il soffio che allontana le nebbie e quell’umidità così pericolosa per la sanità delle uve. Una zona protetta dai venti freddi che arrivano dalle Alpi e dalla Valle Camonica grazie alle alture del Montorfano e dalle colline del Comune di Monticelli Brusati. In viticoltura il clima fa la differenza, così come il sottosuolo.

È dai tempi del liceo che non sentivi più parlare di Aristotele: è sua la massima “la natura non fa nulla di inutile”. E quelle parole ti tornano alla mente pensando al sottosuolo della Franciacorta: che cosa ti aspetti da una bollicina? Freschezza, verticalità, struttura, persistenza, eleganza. Ed ecco che dal punto di vista geologico il suolo qui è assolutamente perfetto: ricchissimo di minerali, di ghiaia, di gesso, sabbia e limo. Sembra non manchi nulla, ed è per questo che le bollicine di Franciacorta hanno un bouquet (di fiori e non solo) dal punto di vista olfattivo e organolettico straordinario. Questo significa che regalano sensazioni floreali e fruttate tra spezie e erbe aromatiche, ma anche di frutta secca, pasta lievitata, pan brioche, semi di sesamo, cera d’api e note eteree di smalti, grafite, ardesia.

Allunghi lo sguardo e ti ritrovi di fronte allo chardonnay, che rappresenta circa l’80% della superficie vitata: uva bianca per eccellenza, espressione di pura eleganza, così versatile e dotata di buona struttura glicerica. La glicerina è la principale responsabile degli archetti disegnati dal vino all’interno del calice quando lo fai ruotare: non si tratta di un tic nervoso da sommelier, ma è il movimento che consente di valutare la consistenza del vino. E più in là vedi anche il pinot nero: la bacca è scura, il vitigno nobile e capriccioso. Bacca o bocca? Nella paronomasia, così si chiama la figura retorica che ben esprime il bisticcio di parole, c’è sicuramente un destino luminoso. Enfant terrible, così lo chiamano i francesi che da millenni lo allevano. Sì, perché la vite si alleva e non si coltiva: nell’espressione c’è tutta la cura che serve. Guardi il pinot nero e hai subito la sensazione di trovarti di fronte ad una rarità, perché rappresenta solo il 15% dell’intero areale.

E poi ancora uve bianche, pinot grigio ed erbamat, vitigno autoctono recentemente tornato alla ribalta. Tra le mani hai un calice, ti hanno detto che è di pinot nero: stenti a crederci, ricordi il colore scuro dell’uva. Così scopri che da un vitigno a bacca nera può nascere un vino bianco: è un blanc de noirs, così diverso da un blanc de blancs, calice sempre bianco ma da uve con il medesimo cromatismo. Diversi nel colore e nelle sensazioni: se il primo è potenza il secondo è eleganza, inconfondibili. Ti raccontano anche di vini millesimati, e quello che ricordi sono soltanto i millesimi dei 100 metri di Jacobs alle Olimpiadi di Tokyo. Il millesimo è un vino realizzato esclusivamente con uve della stessa vendemmia: è molto diverso rispetto a un sans année, perché a differenza dello champagne “universale” è espressione di quella annata, di quella vendemmia, di quelle piogge, del caldo o del freddo, delle ore di luce e di buio. Il millesimato è un vino figlio dell’anno, non fa sconti ma regala il suo tempo.

Ed è a questo punto che ti domandi come nascano quelle bollicine, da dove arrivino. Per un istante pensi che possono essere insufflate, come una bevanda gassata. Non dimenticare che in Franciacorta il metodo di vinificazione non ha fretta. Come la Bella Addormentata una cuvée di vini base viene imbottigliata e sottoposta all’azione di zuccheri e lieviti inseriti nel vetro. I lieviti si nutrono degli zuccheri, trasformandoli in anidride carbonica e in aromi. Tanto più il vino sarà lasciato riposare sui lieviti, tanto più avremo uno spumante strutturato, assolutamente in grado di reggere il confronto con piatti di grande aromaticità. Ci sono bottiglie che sostano sui lieviti per oltre 10 anni, quasi a ricordarci che la bellezza non ha tempo.

Sboccatura non è riferita a persone che parlano in modo scurrile, ma è l’azione con cui il vino viene liberato dai lieviti una volta esaurita la loro azione: degorgement, così lo chiamano i francesi. Eliminati i lieviti il liquido che rimane in bottiglia è limpido, purissimo, pronto per essere imbottigliato: prima che il tappo a fungo e la gabbietta vengano applicati, l’operazione di dosaggio consente di aggiungere la cosiddetta liqueur d’expedition, una miscela di zucchero, vino e, talvolta, ingredienti speciali, segreto della cantina. Se “non dosato”, il vino sarà pas dosé, brut nature, zero dosage, ad indicare un vino molto verticale, con ingresso quasi metallico, una sciabolata tra le labbra per un sorso dotato di assoluta freschezza. Lo sciroppo finale determina invece espressioni come extra brut, brut, extra dry, dry o demi-sec, a seconda del quantitativo di zucchero aggiunto. Ciò che conta, al di là della grammatura, è che differenti dosaggi danno luogo a spumanti molto diversi, con carattere e sensazioni da modulare anche in ragione del piatto in abbinamento.

E poi ti parlano di Sàten, e pensi ancora di essere in Francia. Sàten è in realtà un’espressione creata dal Consorzio Franciacorta, che ricorda il velluto, il raso: la morbidezza della bollicina è legata all’impiego di uve solo a bacca bianca, come lo chardonnay e il pinot bianco, in presenza di una quantità di anidride carbonica inferiore rispetto agli altri spumanti. Un perlage più cremoso, morbido, voluttuoso, piacevole nella pienezza rispetto alla spiccata freschezza dello spumante classico. Guardi il calice, quel perlage finissimo, persistente, che sa di luce: i colori vanno dal giallo paglierino a note più dorate, accompagnate da sensazioni di nocciola, di mandorla, di agrumi, di frutta esotica, di fiori di campo.

Al palato ritrovi tutto quel terreno che ti è stato raccontato: le sensazioni fresche e sapide, quella mineralità così elegante che ti invoglia a un nuovo sorso… Che bomber ti verrebbe da dire: trattieni l’espressione solo perché la cantina ti sembra un luogo sacro, e quelle bottiglie tutte impilate nelle pupitre, i cavalletti su cui riposano le bottiglie, meritano rispetto e ammirazione. Ti avevano parlato della Champagne, ma qui hai trovato l’America, nel senso di una ricchezza degustativa che continua a sorprenderti. Lo chiamano Metodo Classico ma a te sembra stra-ordinario. E in quel “cheers” che pronunci sollevando i calici c’è tutto quello che cercavi, e molto di più. Le bollicine ti portano via: nel perlage c’è un patrimonio fatto di ambiente, uomini e donne dove la natura non mente, e ti regala verità. Il vino è scoperta, per oggi hai fatto bingo.

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