16 Novembre 2020

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Calabria, terra di numeri e di vino: da Pitagora a Librandi, alla scoperta dei fratelli del Gaglioppo

Tempo di lettura: 16 min

Fin dall’antica Grecia gli uomini si chiedono se gli eventi procedono a corsi e ricorsi, se seguono un filo conduttore che scorre un po’ in superficie un po’ sottotraccia o se ogni tentativo di riattualizzare il passato è solo un modo per non trovarci spiazzati nel tempo. I Leitmotiv della storia, al di là della loro dimostrabilità, è innegabile che ci affascinino. Altrimenti non avremmo speso una parola sull’eterno ritorno del calendario Maya e dei suoi capricci previsti per il dicembre del 2012.

Tra gli innumerevoli ritornelli che si rincorrono tra i secoli, c’è il legame tra matematica e vino in Calabria. Sono storicamente legati l’un l’altra come il poeta alla sua musa, o come il quadrato dell’ipotenusa alla somma del quadrato dei due lati, in un triangolo rettangolo. Perché quando arrivano i numeri in riva al mar Ionio, le botti si riempiono.

Vigneti in Val di Neto, nel crotonese

È stato così nel VI secolo a.C., quando gli antichi Greci erano già sbarcati sulle coste dell’Enotria, regione che corrisponde all’attuale Calabria, Cilento e Lucania. Si dice che questa terra si chiamasse così (da «ôinos», in greco antico «vino») per i numerosi vigneti che disegnavano l’aspetto del territorio. La versione ufficiale devia da questa interpretazione ma è senz’altro una versione indicativa di una cultura vitivinicola radicata nel tempo. I Greci portavano dalla terra d’origine l’uva passita, utilizzata come alimento durante l’attraversata in mare e conservata nei suoi resti fino a riva, dove venivano messi i semi a dimora arricchendo la biodiversità della Magna Grecia. Negli stessi anni, a Crotone, Pitagora fondava la celebre scuola filosofica che porta il suo nome e dava vita alla scienza dei numeri come la chiamiamo oggi: la matematica.

È stato così negli ultimi trent’anni. Dalla presunta fine del mondo del calendario Maya in poi (la data è convenzionale, si scherza) i vini del mezzogiorno hanno conquistato sempre più gusti e mercati. Tutti abbiamo sentito un amico (ma si può anche parlare in prima persona) o un conoscente lodare i vini del sud perché caldi, espressivi, mediterranei: insomma, comunicativi del territorio a tutto tondo. Quelle stesse situazioni (mi gioco un euro se non è mai successo) in cui si creano curiosi siparietti con i sostenitori dei blasonati vini di Langa, toscani o d’Oltralpe. Nero d’Avola, Falanghina, Primitivo, Cannonau, Grillo e Aglianico conquistano calici e consensi in più, in rappresentanza di tutte le regioni del Mezzogiorno. Eccezioni permettendo, tranne una: la Calabria.

Gaglioppo e Greco Bianco suonano familiari, grazie alla (ancora modesta) popolarità della Doc Cirò. Lo stesso è difficile a dirsi per vitigni come Mantonico, Marcigliana o Pecorello, pur essendo ascritti in più di una Doc. Nomi lontani dalle prime pagine degli atlanti del vino nazionali, condizione per cui è stato decisivo il ritardo nella sperimentazione scientifica e nella promozione commerciale. Dalla fine degli anni ’90 i «Fratelli del Gaglioppo», però, iniziano a sgomitare. E qui riemerge il Leitmotiv: grazie alla matematica. O meglio, grazie soprattutto ad un matematico: Nicodemo Librandi, ambasciatore del Cirò, che ha dato il «la» al nuovo umanesimo del vino calabrese.

Nicodemo, classe 1945, incarna la quarta generazione dell’azienda agricola di famiglia «Librandi», nel mercato del vino dagli anni ’50 e oggi leader commerciale e sperimentale della regione. Dalla manciata di ettari di settant’anni fa, oggi Librandi possiede quasi 250 ettari di vigneto spalmati su sei tenute, produce 15 linee diverse di vini su tre tipologie (Cirò Doc, Melissa Doc e Val di Neto Igt) ed esporta quasi la metà dei suoi prodotti, in primis Germania, Svizzera e Austria, ma anche Oltreoceano e in Estremo Oriente. Oggi l’attività è portata avanti dai figli di Nicodemo, Raffaele e Paolo, e dai nipoti Francesco e Teresa.

«Fuori dai confini regionali siamo conosciuti come una cantina italiana, non calabrese, e nel nostro Paese siamo forti in regione», ammette Librandi. Una cantina glocale, insomma, ma non in senso del tutto positivo. «Questo perché qui non c’è mai stato un lavoro sistematico nel campo della sperimentazione e del marketing. La Calabria ha una storia vitivinicola che si perde nella storia ma si è fatta trovare impreparata su più fronti. Il boom delle cantine sociali degli anni ’60 è equivalso all’impennata dei conferitori, cresciuti a discapito dei produttori. Un processo che ha ritardato gli investimenti nella commercializzazione. Tant’è che ancora oggi la Calabria non viene percepita come regione del vino, appunto perché non è forte sul mercato, e senza mercato non c’è richiesta. Ma qui, in ogni paese, c’è un piccolo produttore».

Ma andiamo per ordine. Perché tra il grappolo e il vino c’è un intreccio tra arte, tecnica e filosofia, ma tra la matematica e il vino c’è la storia.

Nicodemo Librandi negli anni ’70

«Dopo le superiori mi iscrissi ad Ingegneria ma capii che non era la mia strada. Quindi iniziai a lavorare per l’azienda di famiglia e frequentai la facoltà di Matematica, a Roma. All’epoca il vino non era nei miei piani. Ammetto che ne ero affascinato e che quando non ero impegnato con l’università andavo in vigna ad aiutare coi lavori. Le cose iniziarono a cambiare durante gli studi romani, quando, per mantenermi, distribuivo vino part time. Riempivo l’auto con quante più casse di vino e viaggiavo anche per ore e riuscii così ad entrare nelle istituzioni italiane del vino come le grandi cantine della Toscana. Questo lavoro mi permise di entrare in contatto con molte persone, tra cui Marco Trimani, che mi prese da subito in simpatia e mi introdusse al mondo del vino tra gli anni ’60 e ’70. Mi parlava delle evoluzioni del vino italiano, mi illustrava dove sarebbe andato. E in quei discorsi capii che avevo trovato un mondo a cui appartenevo e che mi regalava grandi soddisfazioni. Tornai a casa e dal 1970 l’azienda di famiglia iniziò ad abbattere le rese per ettaro e ad accrescere la produzione di vino con nuovi impianti, per lo più con le uve internazionali, il Gaglioppo e il Greco Bianco. Lo sottolineo: fare agricoltura in Calabra durante il boom economico era sinonimo di grandi sacrifici e infatti grande fu il fenomeno dell’emigrazione dalla mia terra verso il Nord e l’estero. Dei miei compagni di classe delle superiori, siamo rimasti solo in due. E io sono l’unico ad aver avuto la sfacciataggine di essere ritornato. Credo che la mia terra abbia enormi potenzialità e ho passato la mia vita a cercare di dimostrarlo».

Nicodemo Librandi oggi

Bruxelles come Damasco: Librandi toglie le vesti di Pitagora nelle pianure tra Fiandre e Vallonia e indossa quelle di Paolo da Tarso. A metà degli anni ’80 partecipa ad un salone del vino nella capitale belga, che spazza via le sue certezze. A Bruxelles è presente con un banco d’assaggio, così come tantissimi altri produttori da tutto il mondo. Girando di stand in stand pensa al suo Cabernet Sauvignon e a quanti lo offrano tra le loro etichette, non solo dalla Francia ma dall’Australia, dal Cile, dall’Argentina, dal Sudafrica. E a quanto siano tutti buoni. Realizza che il mercato dei vitigni internazionali non è una questione continentale ma globale e che la competizione è decisamente affollata. Capisce che la sua strada non è la via maestra ma il sentiero di cui conosce curve e salite, sassi e buche: la strada di casa. Al contrario di San Paolo, giunto a Damasco non è scioccato al punto di non toccare bevanda per tre giorni, ma comprende che la rivoluzione parte dal territorio e dalla ricchezza che può offrire: si converte agli autoctoni.

Un grappolo di Mantonico

Nel 1989 l’azienda Librandi mette a dimora la prima vigna di Mantonico mentre nel 1991 esordiscono il Magliocco, la Marcigliana e il Pecorello. «Qualche anno dopo vinsi la mia scommessa – racconta Nicodemo –. I risultati furono ottimi e io entusiasta. Ero finalmente convinto che questa fosse la strada da seguire. Trovai in un primo momento l’opposizione del mio enologo, che non vedeva di buon occhio questo passaggio un po’ rischioso un po’ coraggioso. Io, però, ero convinto al punto che dopo qualche mese cambiai enologo». Dalla metà degli anni ’90, Nicodemo abbandona anche il costume di Paolo il convertito per vestire quelli del segugio.

La premessa doverosa è che Librandi, non solo in quanto matematico, nutre un’attenzione scrupolosa verso gli studi, la ricerca e la scienza. Leggasi anche con la «s» maiuscola, al secolo Attilio Scienza, con cui, nei primi anni duemila, gira la regione in lungo e in largo per passare al setaccio tutti gli autoctoni, nell’ambiziosa sfida di censire le varietà perdute di Calabria. L’esca di questa avventura la getta uno studio condotto da un’architetta amante del vino, che a fine anni ’90 promuove un censimento dei vitigni storici della regione. Ne individua più del triplo delle varietà effettive, cosa che riflette un altro aspetto che ha fatto perdere terreno alla Calabria del vino: la confusione. A partire da quella onomastica, causata dalle varie parlate locali che battezzavano i vitigni a diffusione regionale ognuna in modo diverso. In un paese Gaglioppo diventava Magliocco, in un altro viceversa, mentre a volte gli appellativi superavano anche le analogie fonetiche (Guarnaccia nera, Lacrima o Merigallo per dire Magliocco dolce).

La vigna a spirale della Tenuta Rosaneti

«Il lavoro è partito dal desiderio di riscattare la viticoltura calabrese e dalla voglia di rilanciare il territorio. Da vent’anni a questa parte si è sviluppato un legame molto forte tra lo spirito di studio dei centri di ricerca e l’entusiasmo dei produttori. Abbiamo recuperato circa 200 varietà, da cui abbiamo ricavato 78 vitigni unici. Per 28 di questi, piantati in un campo sperimentale, è stato svolto un profilo enologico». Ora il ruolo di segugio torna a intrecciarsi con la qualifica di matematico. Nella tenuta di Rosaneti, la più estesa dell’azienda con i suoi 230 ettari di cui 80 di uliveti e una decina di macchia mediterranea, viene impiantato nel 2003 l’Eden della biodiversità vitivinicola calabrese. Non in un appezzamento rettangolare, ma nella forma cara ad Archimede: una spirale. Qui hanno preso dimora quasi tutte le 230 varietà recuperate e questo vigneto diventa il simbolo del rinascimento vitivinicolo dell’intera regione. 

Il progetto genetico nasce con la collaborazione dell’autorevole Attilio Scienza ma coinvolge un vasto ecosistema di centri di ricerca. Partecipano infatti l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, i ricercatori Anna Schneider e Franco Mannini del Cnr di Torino per gli studi ampelografici e virologici, l’Università di Piacenza, il Centro di ricerca per la viticoltura di Conegliano, l’Università Mediterranea di Reggio Calabria e il centro di ricerca Enosis con l’enologo Donato Lanati. Da questo lavoro, nel 2014 sono state iscritte nel registro nazionale delle varietà di vite quattro cloni di Gaglioppo, altrettanti di Magliocco dolce e due di Pecorello. Ma presto ci saranno sviluppi anche sul versante del Greco Bianco. Due anni prima di questo importante traguardo, però, viene a mancare Antonio, fratello di Nicodemo, coautore di un percorso di rilancio della Calabria del vino.

I produttori associati a Euvite

Un ruolo importante nella promozione degli studi e nella diffusione dell’entusiasmo sperimentale l’ha rivestito l’associazione Euvite, fondata nel 2008 dalle cantine Librandi (Cirò), Malaspina (Melito Porto Salvo), Poderi Marini (San Demetrio Corone), Serracavallo (Bisignano) e Statti (Lamezia Terme) in rappresentanza di cinque diversi ambiti territoriali, con l’obiettivo di fare squadra e promuovere competenze e conoscenze di marketing e della comunicazione. «Abbiamo creato un’associazione di viticoltori per dimostrare che in Calabria si fa vino di qualità e non solo nel cirotano ma in tutte le province. Lavoriamo con il desiderio di rendere le nostre bottiglie ambasciatrici del nostro paesaggio».

A dodici anni dalla fondazione di Euvite, sono stati fatti passi avanti? «Sicuramente sì, ma ancora molto relativi. Non basta sapersi comunicare ma serve portare meglio il prodotto sul mercato e non tutti sono attrezzati. Una cosa è certa: che il vino non è cresciuto solo nel cirotano ma anche in ambiti un tempo meno vocati come il reggino e il cosentino. Il lavoro iniziato negli anni ‘90 sta fruttando in quanto a coinvolgimento del territorio e dell’enoturista e ha acceso la miccia per la rifioritura della viticoltura calabrese con molti giovani produttori, che stanno sperimentato regimi di produzione come il biodinamico e il biologico in modo radicale. Molti di loro sono calabresi di ritorno, che come me hanno studiato altrove e hanno sfidato la storia investendo nel vino e nella Calabria».

Lo stop forzato dovuto all’emergenza sanitaria ha messo in pausa il motore dell’accoglienza. «L’interruzione dell’attività ci ha penalizzato molto. Se non dal punto di vista produttivo, sicuramente sotto il profilo turistico. Quest’anno si è interrotta una striscia positiva di interesse verso il territorio che va avanti da almeno cinque anni. Basti pensare che negli anni scorsi in questo periodo dell’anno ricevevamo molte visite ma ad oggi siamo ancora pressoché a zero. Ora serve intrecciare il turismo enologico, in cui i giovani produttori credono molto, e quello del tempo libero. È essenziale per la crescita del territorio. In Calabria c’è grande fermento, grande biodiversità, arte, storia e un paesaggio dalle mille declinazioni».

Paesaggio in Val di Neto

E come dargli torto. Colline a perdita d’occhio, spesso ricoperte dall’erba bruciata che, su rilievi che sembrano plasmati dal vento come delle dune, assumono il colore della sabbia dorata. Un contrasto netto con il verde brillante dei vigneti nel fondovalle, che invece di stridere evoca un dialogo affascinante tra il verde spento della macchina mediterranea e degli uliveti con l’oro che tutto ricopre. Lassù, sulla testa dei rilievi, interi paesi fanno la guardia su filari e arbusti mentre giocano all’equilibrista, in bilico tra la storia e i pendii scoscesi. Più ci si avvicina alla costa, meno le linee del paesaggio si fanno dure, e la terra scivola così nel mare, come un’onda quando si esaurisce.

In ogni caso lo sviluppo del Cirò si è manifestato oltre Librandi&Co, nella condivisione di filosofie produttive ma anche nella critica al nuovo (e più “permissivo”) disciplinare della denominazione. Qui sono cresciuti, negli ultimi due decenni, numerosi produttori che, intorno alla fedeltà al Gaglioppo, hanno fatto squadra e si sono conquistati, una decina di anni fa, il titolo di Cirò Boys. Tra loro ci sono le aziende agricole Cataldo Calabretta, Cote di Franze, Sergio Arcuri, ‘A Vita, Dell’Aquila, Pirito e Tenuta del Conte: sono la Cirò Revolution. Ancora una volta la Calabria si dimostra un laboratorio della grande storia in miniatura e, dopo il medioevo delle varietà tradizionali, il loro nuovo umanesimo e la controriforma del nuovo disciplinare, ecco l’epoca delle rivoluzioni.

Un grappolo di Gaglioppo

Ma c’è molto altro dietro al Gaglioppo, anima del Cirò nel rosso abito da gala (intessuto meno di un tempo in legno) e nella veste leggera e raffinata del rosé. Fuori dal cirotano cresce il Magliocco dolce, un rosso che viene detto adattarsi di più alla botte piccola rispetto al fratello maggiore, e tra i bianchi il Mantonico, che esprime buona struttura, grande freschezza e una discreta grassezza, che si presta all’invecchiamento e da cui si producono anche ottimi passiti. A Nicodemo piace il Toccarino e, interrogato su un vitigno che secondo lui può avere buone potenzialità, lancia una provocazione: il Castiglione. «È una varietà da cui si ricava un vino dal colore rubino molto intenso e dalla grande freschezza, con un profilo olfattivo essenziale ma che se si raccoglie la sfida di produrlo in purezza può dare sorprese».

La palla passa quindi a chi il vino lo vive nel calice: non serve nessun impegno, solo genuina curiosità. Quella di tuffarsi dentro a nomi come Pecorello, Greco Nero, Nocera. Il problema? Trovarli. «Siamo partiti da poco, ma siamo partiti bene. Il tempo è l’ingrediente che ci serve, l’impegno lo stiamo già dimostrando. Abbiamo prodotti che discendono dai greci antichi ma che, in fondo, sono nuovi». Se la fedeltà della narrativa calabrese alla grande storia non verrà a mancare, ne vedremo delle belle.