21 Maggio 2020

EnoNautilus Blog

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Dalla classe operaia ai vini di classe: ora c’è del buono (e unico) in Valcalepio

Tempo di lettura: 16 min

Bergamo è operosa, schiva e tenace, privilegia la quantità alla qualità e preferisce la prassi al farneticare teorie. «E le donne non sanno parcheggiare e gli uomini non sanno fare due cose contemporaneamente», direbbe un mio caro amico, come provocazione per delegittimare i luoghi comuni. Per stringere amicizia con ciò che non conosciamo ci affidiamo spesso agli stereotipi, così da poterci orientare, da interpretare la realtà. Chi ama la cucina e i sapori, però, sente (libero di essere smentito, ma ne dubito) l’imperativo di provare per credere. Chi ha gustato un vino bergamasco negli ultimi tempi, l’ha capito: «C’è del buono in questo calice», direbbe Tolkien, parafrasando il suo Signore degli Anelli.

Qui non c’è solo il profumo della polenta che esce dalla cucina, dei formaggi e dei salumi delle valli, dei casoncelli caldi quando vengono accarezzati dal burro fuso. Il vino delle colline bergamasche è sempre più buono e lo conferma chi lavora con il calice in mano. No, non intendo quelli che, in tempi di smart working, possono nascondere un bicchiere di vino appena fuori dal raggio della webcam eludendo lo sguardo attento di capi e colleghi, ma degli esperti del settore. E non parlo solo degli affermati Merlot e Cabernet Sauvignon, vitigni protagonisti della Valcalepio per storia e disciplinare, ma anche di specie antiche riscoperte solo negli ultimi anni, di vitigni lontani che hanno trovato a Bergamo la casa ideale per crescere, di incroci concepiti e germogliati per la prima volta qui, nella fascia geografica che ospita le colline taglienti (già, a volte si può parlare di vera e propria viticoltura eroica) e generose che spaziano dall’Adda al Lago d’Iseo.

I vigneti della Val Serradesca, tra Scanzorosciate e Torre de Roveri

Il mondo enologico bergamasco è relativamente giovane e poco conosciuto ai più, se non per la (rara) punta di diamante del mondo enologico orobico: il Moscato di Scanzo. Il passito rosso più apprezzato d’Italia, però, non sarà al centro di questa puntata (ne ho già parlato qui). Tratteremo soprattutto di vini rossi, che Bergamo afferma essere i più comunicativi del territorio. La prima Doc, la Valcalepio, arriva a fine anni ’70 e nel tempo cresce gradualmente in numero di bottiglie prodotte e di cantine, in particolare da vent’anni a questa parte. Nel 2011 arriva la seconda Doc, Terre del Colleoni (oltre alla Docg del Moscato di Scanzo), dedicata ai monovarietali, cioè ai vini prodotti con le uve di un solo vitigno. A lungo la Valcalepio non ha goduto di ottima reputazione tra i consumatori italiani tant’è che, a volte, il luogo comune si riflette ancora. Qualche settimana fa ho ordinato un rosso bergamasco tra amici ed è stata addirittura la cameriera (sic!) a chiedermi perché non abbia scelto un vino migliore.

credits: Ais Lombardia

Ma chi ama i sapori, come ho già detto, prova per credere. E la cameriera in questione, probabilmente, non ha ancora bevuto un buon rosso orobico. A crescere negli anni è stata (ed è ancora) la qualità dei prodotti, a prescindere che il vino sia un Doc o un Igt (che segue disposizioni produttive meno stringenti). Vi porto un esempio. Nell’ultima edizione di «Vini en primeur», tradizionale evento in cui le cantine bergamasche presentano i loro vini in anteprima, i vignaioli orobici si sono esercitati in un gioco rischioso. Agli esperti sono stati presentati campioni di vino rosso locali a taglio bordolese (Cabernet Sauvignon e Merlot, annate tra il 2011 ed il 2015) per confrontarli con alcune bottiglie di quattro «Cru Classé» di Bordeaux di grande fama: Mouton, Lynch Bages, Leoville Las Cases, Malescot Saint-Exupery. Per chi non li conoscesse, si tratta di prodotti che potete comprare tra gli 80 e i 600 euro. Dal servizio a bottiglie rigorosamente coperte (per scongiurare ogni condizionamento), ci si aspettava un confronto improponibile dal punto di vista della qualità in modo proporzionale alla differenza di costo (gli orobici intorno ai 20 euro). Rullo di tamburi. Suspense. Ecco il colpo di scena: non è stato così. Al terzo posto si è piazzato il Luna Rossa (un Igt al 50% Merlot, 45% Cabernet Sauvignon e 5% Pinot nero), prodotto dalla cantina Caminella di Cenate Sotto e venduto sotto i 25 euro. E molti degli altri undici rossi bergamaschi in assaggio hanno ricevuto una valutazione di un soffio inferiore ai blasonati (e costosi) francesi.

Le origini della viticoltura bergamasca, a dire la verità, affondano nella storia. Il vino di Bergamo trova testimonianze nella Bergomum romana e nelle cronache medievali, che raccontano come rientrasse, per la sua bontà, nei bottini dei saccheggi negli scontri tra guelfi e ghibellini. Nel cinquecento la produzione supera il fabbisogno locale e i prodotti vengono esportati fuori provincia, tanto da creare una forte reputazione a Milano. Nel settecento il potenziamento dell’allevamento del baco da seta toglie terreni alla vite, decimata nell’ottocento a causa della fillossera (l’insetto che ha portato la vite europea sulla soglia dell’estinzione) e nel novecento dall’industrializzazione del territorio.

Barriques di Valcalepio Doc in affinamento

C’è da dire che a Bergamo le sia andata anche un pizzico di sfiga. Ha fatto il salto di qualità con l’assemblaggio Merlot-Cabernet proprio in questi anni che sia il mercato interno sia i mercati stranieri, soprattutto americani e asiatici, si dimostrano sempre più sensibili ai vini biologici ottenuti da vitigni autoctoni. La particolarità delle uve autoctone è che danno vita a un vino non replicabile in nessun’altra parte del mondo e il loro merito è quello di dare identità e valore al territorio, appunto perché uniche. Raccontano il territorio, come un libro o una guida turistica, ma soprattutto emozionano chi li beve, perché guidano nella scoperta del luogo attraverso i sensi. Qui gli autoctoni sono meno diffusi ma non certo assenti, e negli ultimi anni i produttori hanno studiato la reintroduzione e la reinterpretazione di vitigni storici.

Tra le uve riscoperte recentemente c’è la Merera. Se non l’avete mai sentita siete giustificati: la prima bottiglia è stata commercializzata nel 2017. A lungo i contadini delle colline di Grumello del Monte, a pochi chilometri dal Lago d’Iseo, l’hanno impiantata e ne hanno vinificato i grappoli. È una varietà che sviluppa un vino dal basso contenuto alcolico, che produce pochi grappoli e pure piccoli: caratteristiche che hanno spinto gli agricoltori ad abbandonarla a vantaggio di vitigni più generosi in nome di un raccolto più sostanzioso. Negli anni ’80 l’enologo Carlo Zadra la individua, il figlio Paolo la fa piantare, nel 2015 il primo raccolto che porta ad un vino di qualità. La cantina che l’ha riscoperta e che l’ha prodotta per prima è il Castello di Grumello. Non con un affinamento in acciaio come la cugina Schiava, vitigno trentino coltivato anche in Veneto e Lombardia che dà vita ad un vino dal colore tenue e dal gusto delicato, ma con un invecchiamento in legno lungo un anno, che le dà un carattere particolarissimo. Nel 2017 l’azienda agricola La Tordela di Torre de’ Roveri (pochi chilometri da Grumello, in direzione Bergamo) pianta 1500 viti e a febbraio ne introduce un migliaio la cantina Le Mojole di Castelli Calepio, nella sua tenuta da due ettari e mezzo, da cui escono mediamente 8.000 bottiglie l’anno. La prima vendemmia «buona» non sarà eseguita prima del 2027 (che pazienza).

Il nuovo vigneto di Merera a Castelli Calepio (credits: Tenuta Le Mojole)

«Tutti a Bergamo fanno tagli bordolesi e così in tutto il mondo – racconta Marta Mondonico, titolare di Tenuta Le Mojole –. I nostri competitors non sono solo nazionali ma in ogni angolo del globo: in Francia, in Nuova Zelanda, negli Usa, in Sudafrica. C’è bisogno di una nuova via per renderci unici e riconoscibili. Nella speranza di poterlo essere, ho creduto fortemente nella Merera, a cui abbiamo dedicato poco meno di un ettaro che prima era coltivato a Cabernet. Dalla Merera si ottiene un vino dalla bella struttura, rotondo, dall’ampio bouquet di profumi che ricordano i piccoli frutti rossi e la macchia mediterranea: ti invita a bere sempre un altro sorso. Vogliamo sperimentarlo sia in purezza sia in assemblaggio al Merlot e al Cabernet. La nostra ambizione è che gli stranieri possano venire a trovarci per cercare questo vino raro, perché ce l’abbiamo solo noi orobici. E, a dirla tutta, si sposa alla perfezione con un piatto di casoncelli tipici. A Bergamo si sa produrre grande arte, tra cui quella di fare il vino, ma dobbiamo prima di tutto convincere i nostri conterranei che è così. Questa terra ha bisogno ancora di qualche anno per prendere coscienza del suo potenziale».

Un vitigno che ha origini lontane (affonda le prime radici a cavallo tra l’Ungheria e l’Austria) ma che ha trovato a Bergamo la famiglia ideale dove crescere è la varietà a bacca nera Franconia. In Italia è coltivata anche in Friuli, nella Venezia Giulia e in provincia di Treviso, ma all’ombra delle prealpi orobiche è nata un’espressione unica. Dalle mie parti gira un detto che recita: «Se nasci quadrato non puoi schiattare tondo». Della serie: mamma t’ha fatto così, accettalo e imparerai a trarre ricchezza dalla tua unicità. Qual è, però, la ricchezza del Franconia? I mitteleuropei, che l’hanno custodito per secoli, direbbero che è il suo colore rubino-violaceo. I bergamaschi no e, con grande sorpresa, hanno pensato di farne uno spumante. La famiglia adottiva, che lo culla (secondo alcune fonti) sin dagli inizi dell’ottocento, gli ha voluto talmente bene che ha variato il suo nome tedesco Limberger (in Ungheria si chiama Kekfrancos, in Austria Blaufrankisch) in un più genuino «Imberghem», che spesso è riportato sulle etichette. Un nome che non ricorda per niente la forma dialettale di Bergamo, cioè Berghem. Scommetto di trovarvi d’accordo. Scherzi a parte, ora è diventato il suo nome adottivo, a conferma del legame tra il Franconia e questa terra.

Un Franconia metodo classico brut rosè prodotto orobico (credits: Azienda Agricola Pecis)

«Si tratta di una varietà molto versatile» spiega Angelo Pecis, titolare della cantina Pecis di San Paolo d’Argon, la prima ad aver sperimentato il Franconia metodo classico rosè insieme alla cantina Cavaga di Foresto Sparso (paese i cui pendii ospitano diversi vigneti di Franconia), a cui si è aggiunta l’azienda agricola San Lorenzo di Grumello del Monte. «Mio padre ha voluto reintrodurre questa uva nei nostri vigneti a fine anni ’80 perché gli ricordava la sua giovinezza, io ho voluto rilanciare una sfida dal gusto particolare. Con attenzioni agronomiche diverse si possono ottenere vini molto diversi. Alla luce delle potenzialità del Franconia facciamo tre vinificazioni: la prima per base spumante rosè, con la seconda otteniamo un vino rosso giovane e fresco, la terza prevede una raccolta tardiva a cui segue un breve appassimento, l’affinamento in barrique e poi l’assemblaggio con Merlot e Cabernet. Ora è nell’elenco dei vitigni autoctoni bergamaschi. La mia idea è che il Valcalepio trarrebbe grande beneficio dall’aggiunta di Franconia nello storico assemblaggio di Merlot e Cabernet. Da una parte perché legherebbe il taglio bordolese al territorio, dall’altra perché lo arricchirebbe dal punto di vista qualitativo, visto che per freschezza e profilo organolettico il Franconia è complementare ai due vitigni».

Per altre varietà, invece, le origini sono chiare e ne si può riconoscere un vero e proprio padre. Nessun genetista pazzo, ve lo assicuro, ma un esperto del territorio che ha saputo incrociare le impollinazioni di due varietà differenti ottenendone una nuova, che unisce l’asprezza di un genitore (la Barbera) con la morbidezza dell’altro (il Cabernet Franc). Li ha incrociati nella prima metà del secolo scorso il viticoltore bergamasco Riccardo Terzi e ora la sua creatura, l’Incrocio Terzi n°1, è tra i vitigni inclusi nella Doc Terre del Colleoni. A produrlo sono ancora in pochi: a San Paolo d’Argon c’è la Cantina Sociale Bergamasca, a Torre de’ Roveri c’è Villa Domizia. Due realtà che insieme hanno ripristinato e trasformato un vigneto di quasi 10 ettari che si affaccia sul caratteristico centro storico di Rosciate in una nuova dimora dell’Incrocio Terzi n°1. All’olfatto è un vino che restituisce frutti rossi e note vegetali, al gusto è morbido e intensissimo.

Vigneti in Val Pontida, dove si coltiva sia Franconia sia Incrocio Manzoni

Sempre parlando di incroci, sta registrando sempre più consensi l’Incrocio Manzoni, un bianco frutto della sintesi di Pinot Bianco e Riesling Renano, ideato dal professore Luigi Manzoni, preside della Scuola Enologica di Conegliano, negli anni trenta del ventesimo secolo. La varietà è coltivata da buona parte dei produttori bergamaschi e sta riscuotendo sempre più apprezzamenti da parte di wine lovers ed esperti. Estremamente evocativa e pionieristica è la visione di Alessandro Sala di Nove Lune, cantina di Cenate Sopra che ha sposato la filosofia del vino bio ottenuto da varietà Piwi. Di loro ho già parlato qui.

Bottiglie di Moscato di Scanzo a riposo

Se i vitigni autoctoni riescono a fare da volano alla promozione e alla reputazione del territorio, perché non sfruttare il prestigio del Moscato di Scanzo per diffondere le potenzialità dei rossi bergamaschi? La risposta è senz’altro sì, ma poche cantine possono permetterselo. La Docg dell’amato passito rosso è una felice (?) eccezione alla regola, perché la sua denominazione coincide con il nome del vitigno. Mi spiego: solitamente una Doc o una Docg porta il nome del territorio tutelato (ad esempio Chianti Classico per i vini a base Sangiovese prodotti nel Chianti, Barolo per il Nebbiolo prodotto a Barolo e dintorni, con disposizioni precise a regolare le caratteristiche del prodotto), ma non qui. Chi coltiva Moscato di Scanzo all’infuori del Comune di Scanzorosciate (non sono in pochi) può riportare in etichetta solo la dicitura «Valcalepio Moscato Passito Doc».

Una distinzione che, secondo alcuni produttori, crea confusione nel consumatore, visto che il vitigno è lo stesso e fino a pochi anni fa tutto il territorio collinare faceva parte di un’unica Doc (includeva tutta la fascia collinare bergamasca) che tutelava e regolava i passiti rossi. Non c’è dubbio che il Moscato di Scanzo trovi a Scanzorosciate il suo terroir d’elezione e che si debba riservare un trattamento speciale ai vini prodotti qui. Alcune cantine nei territori Doc sperano che, visto che le quantità in gioco sono piccole (e che alcuni passiti della Doc vengono riconosciuti con profili assimilabili a quelli della Docg), si possa fare massa critica per affrontare meglio il mercato, riscrivendo alcune regole del gioco. Una soluzione che al contempo potrebbe far perdere di centralità la produzione della zona a Docg, conosciuta da tutti come la più piccola e curiosa d’Italia. Insomma, un equilibrio difficile da definire ma che, dopo anni di crescita del distretto e di (più o meno riuscito) dialogo, potrebbe aprire a nuovi orizzonti.

Vigneti alle porte della Valle Imagna

Negli ultimi mesi sono ripresi, tra gli strumenti di valorizzazione e promozione del territorio e dei suoi prodotti, i lavori per il potenziamento della Strada del vino e dei sapori della Valcalepio. Tre itinerari dalle terre di Papa Giovanni XXIII al Lago d’Iseo che fanno rete tra cantine, aziende agricole, agriturismi, enoteche, osterie, ristoranti e strutture ricettive e che, se ben integrate e promosse, possono favorire l’esperienza del territorio e dare coscienza della qualità della sua offerta. Quel che è certo è che, ora, il vino di Bergamo è capace sia di raggiungere le tavole lussuose di ristoranti pluristellati d’Oltreoceano sia di ricevere premi prestigiosi, ma non di dimenticare la sua identità e le sue origini. Al centro c’è il piacere dello stare a tavola, le gioie della convivialità, l’estasi per il godimento di un prodotto della stessa terra su cui i produttori hanno impresso il loro impegno e la loro passione quotidiana. Ma, a differenza del passato, con tanta finezza, tanta qualità e tanta biodiversità in più, recuperata scavando nel passato di una terra che non si dimentica delle sue radici contadine, che affondano nella viticoltura più sincera. A Bergamo conta la quantità? Può darsi, ma prima di tutto dipende come la fai.