EnoNautilus Experience a Milano

EnoNautilus Experience a Milano
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Ottobre è il mese dei «malanni di stagione». Me lo ripeteva la nonna, che si raccomandava sempre con me perché indossassi un abito in più di quanti me ne suggerisse la coscienza. E di quale stagione parlasse non è dato a sapere, se non per intuizione. Venerdì sera nella meneghina Piazza Cinque Giornate, a due passi dai bastioni di Milano, un calendario elettronico fagocitato da un’insegna pubblicitaria riportava che fosse ottobre, ma l’aria era tiepida e il giubbino di pelle era inopportuno.

Non tanto perché non si declinasse al dress code della serata, quanto per la temperatura, lontana da ogni aspettativa. Mi preoccupo perché temo che la lezione sul processo di scelta del vestiario appresa un mese fa a Montù Beccaria, in occasione di «Cantine Aperte in Vendemmia» alle Tenute Tonalini , non abbia restituito i suoi frutti. Ovvio il tutto trasformando il mio giubbino in ulteriore peso per le mie spalle e lo metto nello zaino. Al mio arrivo alla Porta del Vino, lo «showroom» delle eccellenze enologiche lombarde del Movimento Turismo del Vino, faccio dell’appendiabiti la sua nuova dimora.

Foto di Calvin Kloppenburg

È la prima volta che la visito. Me l’ha fatta scoprire EnoNautilus con una notifica sul mio smartphone, da cui ho prenotato l’evento, in due semplici passi con l’app che ho scaricato. Verifico che l’abbreviazione con cui viene sempre chiamata, la «Porta», non è un appellativo dettato solo dalla semplificazione del parlato. Costruito nell’ottocento come casello daziario, questo spazio (poco più di 450 metri quadrati) ospitava le guardie cittadine che riscuotevano i tributi di chi entrava nell’abitato. Era, nel senso stretto della parola, una porta per accedere alla città. Già in lontananza vedo finestre aperte, striscioni e botti di legno, luci accese e sento il brusio delle conversazioni che proviene dal terrazzo. L’ingresso è aperto e sullo sfondo vedo una parete colma di bottiglie di vino. Passano i secoli, ma i mattoni faticano a cambiare il carattere con cui sono stati posati: la Porta è rimasta una porta, e se prima ci transitavano i commercianti, ora costituisce un accesso alle delizie del territorio.

«Enonautilus Experience» era prevista essere una serata in cui arte, musica, buon cibo e buon vino si intrecciavano come fili di una corda. Un’intesa, un patto. Lo stesso che, come detto in partenza, ha ottobre con i malanni. Così, nelle 48 ore che hanno preceduto l’evento, prima lo scultore, poi il pittore e infine il polistrumentista che erano previsti animare gli spiriti, si ammalano. I telefoni – mi assicurano – hanno squillato fino a poco prima del taglio del nastro della serata, ma non c’è stato verso di combattere con le motivazioni i virus autunnali. Lo diceva Freddy Mercury, lo hanno ripetuto in tanti (altrettanti l’hanno storpiato), così ci accodiamo pure noi: the show must go on. E gli ospiti cominciano ad arrivare.

L’accoglienza? Un calice di bollicine. «What else?», direbbe Clooney. Carlo Pietrasanta, che è stato presidente del Movimento Turismo del Vino, mi mostra gli spazi della Porta e offre, a me e agli altri ospiti della serata, un calice di «Intenti», lo spumante metodo charmat prodotto dalle Tenute Tonalini di Montù Beccaria. La serata – mi dice – rappresenta un viaggio attraverso le cinque Docg della Regione, dove ognuna delle cinque etichette sul banco degustazioni è abbinata a specialità gastronomiche dello stesso territorio, a suggellare l’indissolubile rapporto tra vino e cucina.

Foto di Tenute Tonalini 1865

Un legame che alla Porta è sancito da una scala che porta dal primo piano all’interrato, dove ha sede la cucina, da cui sento provenire profumi invitanti. Finalmente il mio olfatto si mette sull’attenti, proprio mentre si risveglia il mio udito, sollevato dalle risate degli ospiti. Proprio quando l’atmosfera si scalda emergono, come sommergibili dal mistero degli oceani, gli chef con il primo piatto del giorno: riso carnaroli (prodotto dalla milanese Riseria Tarantola) con Gorgonzola Dop e pere caramellate, abbinato al Franciacorta brut di «La Manega». Il mio naso, di solito, si storta naturalmente quando s’avvicina allo «zola», ma il sapore deciso del formaggio, questa volta, ha lasciato spazio ad una diffusa sensazione dolce e setosa in bocca, che non può far altro che conquistarti.

Foto di Calvin Kloppenburg

A seguire, gli gnocchi di patate con trevisana e trancetti di Bresaola valtellinese Dop, levigati da una soffice mantecatura che ha convinto tutti, abbinati al Cruasé di Tenute Tonalini, lo spumante metodo classico in rosa ottenuto da uve Pinot nero. Avete presente quell’espressione – tutta italiana – per cui gli occhi si spalancano e gli angoli della bocca si abbassano in modo teatrale? Ecco, è quello che campeggiava sui volti dei miei compagni di avventura.

Foto di Calvin Kloppenburg

Dopo i primi, la palla passa ai formaggi e alle carni. Con, in forma eccezionale, alcuni sconfinamenti gastronomici nel basso Piemonte. Salame di Varzi cucito del salumificio «Thogan Porri», carne cruda piemontese con senape extra forte, capperi e acciughe, salsiccia di Bra, carne celtica affumicata del salumificio «Marco» di Oggiono e carpaccio condito (dell’azienda Biancospino di Pavia) con olio extra vergine d’oliva del Garda Dop. Un trionfo di carne cruda, un’esultanza del palato. Devo dire altro? Ancora Oltrepò Pavese nel calice, con il Tomaso delle Tenute Tonalini, assemblaggio di uvaggi storici pavesi maturati in legno di quercia per un anno, un prodotto dalle forti note balsamiche e fruttate, con una punta di peperoncino al naso.

Foto di Calvin Kloppenburg

Il primo tagliere, in ordine di assaggio, vede alternarsi un Castelmagno Dop con ribes rosso, un Nostrano Valsabbino, ancora Brescia con il Bagos e il Caprino «Al Sciur», erborinato di capra con crosta edibile alla rosa e frutti di bosco. L’occasione è quella buona per stappare una magnum di Sforzato, capolavoro valtellinese. La cantina è Conti Sertoli, l’annata è il 2010, il colore è granato e la morale è che la bottiglia è al massimo della sua espressività.

Foto di Calvin Kloppenburg

Dulcis in fundo, la «sbrisolona» mantovana, teatro per lo spettacolo conclusivo: il passito dei passiti nel mondo dei rossi, il Moscato di Scanzo, eccellenza dei sapori enologici bergamaschi, che mette d’accordo rigorosi tradizionalisti e profani, solitari ed inguaribili estroversi. L’appetito saziato, il clima mite, l’eredità espressiva dei sapori del menù e i ritmi cadenzati dei discorsi scambiati dagli ospiti fanno da cornice a un’atmosfera che realizzo solo in tarda serata. I tram che passano, le insegne pubblicitarie luminose, i muri risorgimentali, le decine di lingue parlate dai turisti che passeggiano in piazza: è Milano, la centralissima Milano a fare da sfondo alla serata. La città che una volta è stata «da bere» e che, per una serata, si è confermata il luogo del cibo, della convivialità, degli abbinamenti. Ma che, evidentemente – giochi di parole a parte –, non ha mai smesso di essere la città dei calici.

Foto di Calvin Kloppenburg

Calvin Kloppenburg

In barrique da più di un anno per affinare la mia vocazione al giornalismo, un manubrio e due pedali come compagni di viaggio. Finché un giorno la penna che tengo dietro l’orecchio cade nel calice, che diventa il mio calamaio. Figlio degli anni '90 e delle prealpi orobie - a dispetto del nome -, vivo, raccolgo e racconto esperienze per Enotautilus sin dalla sua nascita. Dalla mia tastiera cronaca, sport ed economia per la stampa locale, dal cuore la passione per diffondere la cultura del vino in tutte le sue declinazioni.

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