14 Luglio 2020

EnoNautilus Blog

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Il vino indie che fa «Massa» critica: ecco come è rinato il Timorasso

Tempo di lettura: 17 min

Abbiamo tutti, in cantina o in un angolo della casa, quell’oggetto dimenticato ma sempre in piena vista, che ha messo le radici nella sua sede. Quando ci passiamo a fianco, la nostra attenzione non lo sfiora più e le (più o meno) puntuali pulizie di primavera non ne cambiano mai il posto. Un po’ perché diamo per scontato questo ospite della casa, un po’ perché non rientra nella categoria dell’utile. Per il locale che lo ospita ricopre lo stesso ruolo che ha il pilastro per un edificio: lo sorregge, lo rende ciò che è, ma non ci facciamo caso. Magari si tratta del vinile di quel gruppo rock che non fa assoli arroganti e che non rompe le righe, che non tirava tra gli anni ’60 e ‘90 perché non ti dava l’effetto cercato: non ti faceva andare fuori di matto. Poi arriva qualcuno della famiglia che lo vuole riscoprire. Toglie la sua seconda pelle di polvere, lo inserisce nel mangiadischi e realizza che non tutto il rock è fatto per scatenarsi, che si può accedere ad un momento di libertà e di estasi anche attraverso un esercizio di equilibrio.

Gli anni del successo di generi musicali come l’hair metal e l’hard rock, ambasciatori delle chitarrozze decise e dei cori trascinanti, sono gli stessi (la traslazione temporale può oscillare di qualche anno) dell’affermazione del «novello» sulle tavole d’Italia. Un vino da stappare subito, deciso e semplice, carburante per la convivialità, schietto (ma serve ricordare che la sincerità non fa bene a tutti) ma che va bene a chiunque. Sempre negli anni ’80 mette le basi un genere musicale nuovo, spontaneo ed indipendente, che non riesce ad affermarsi prima degli anni duemila: l’indie rock. Quello che in Italia siamo riusciti a far diventare pop. In Piemonte, se all’hard rock sta il novello, all’indie sta il Timorasso. Il bianco che avanza di Tortona. O meglio, Derthona.

Vista la premessa, si può dire che questo è un vino che va oltre il gusto, l’olfatto e la vista, perché è un vino da cantare, quindi da ascoltare. E che fa innamorare. Il legame dei tortonesi con il Timorasso è tale che ha spinto alcuni giovani guidati dal cantautore Mosto (che nella vita fa il creativo pubblicitario a Milano) a comporre spontaneamente una canzone e un video musicale per (de)cantarlo, con un ritornello dalle sonorità così estive e immediate da trasformarlo da vino indie a pop, con un cuore folk. All’inizio del video, il cameo del vignaiolo che ha contribuito più di tutti alla riscoperta di questo vitigno, abbandonato sotto una coltre di polvere nella seconda metà del novecento e ripreso proprio negli anni ’80 dell’hard rock, dell’hair metal e del novello.

Pensandoci bene, quell’oggetto nascosto in piena vista è più facile che sia il tomo di filosofia consumato alle superiori. Perché una volta aperto parla di etica, questa sconosciuta. Dice che: «perché un territorio cresca, serve che abbia una o più guide etiche». Parla di amore. «Il vino appartiene a chi ci mette il cuore». Di estetica. «Recuperare le vigne significa donare ettari di bellezza gratuita all’umanità». Di fedeltà e onestà. «Son 5 mila anni che il vino ci sopporta, quindi produciamolo rispettando la sua natura». Sfuma nella psicologia della formazione. «Produrre vino è anche un gioco e chi lo fa cerca di interpretare l’uva a sua immagine e somiglianza». Fa notare che si può dire qualcosa di penetrante senza per forza urlare, proprio come l’indie rock. «Il vino è riflesso della mente e ho puntato sul Timorasso perché mi rispecchio, volevo che parlasse lui al mio posto». Ma scrive anche una lettera d’amore all’enoturismo. «Dobbiamo iniziare a comunicare l’Italia dei vini eccellenti con la carta geografica e non coi vitigni, che sono ingredienti, seppure unici».

Massa nel video di Mr. Timorasso

Chi sa leggere tra le righe l’ha sicuramente capito. Ho parlato con Walter Massa, titolare di Vigneti Massa, riconosciuto come il produttore che ha guidato la riscoperta dell’uva a bacca bianca al centro di questa puntata del viaggio nel mondo degli autoctoni del bel Paese: per l’appunto, il Timorasso. «Ti ricordi che parlavi solo in dialetto? Finalmente hai conosciuto Walter che ti ha detto: quant’è bello viaggiare, conoscere, esplorare, sentire nuove lingue da assaggiare e imparare?» recita la canzone di Mosto, condensando con perizia la storia recente del vitigno. L’inizio del suo legame con l’uomo si perde nella storia. Nella seconda metà del Novecento viene messo da parte perché meno redditizio, a parità di superficie coltivata, del Cortese. Accantonato in un angolo, un po’ come il vinile del genuino (ante litteram) rock indipendente, anche a causa del processo di industrializzazione che si è manifestato nel secondo dopoguerra, che ha portato sempre più lavoratori dai campi alle fabbriche.

Il Timorasso ha trovato la sua culla di elezione in quella lingua del Piemonte che spinge verso l’Oltrepò Pavese, l’Appennino ligure e l’alto Piacentino, in provincia di Alessandria. Colline dai lineamenti gentili (la sottozona Monleale) che sfumano a settentrione nella Pianura Padana, a mezzogiorno in vallate (la sottozona Terre di Libarna) disegnate da larghi letti di fiume. Un’area che trova a Tortona, più di 27 mila abitanti, il suo epicentro. Terra di Cortese, di Barbera, di Freisa, di Dolcetto, di Croatina, di Moscato e non solo.

Distese di vigneti nel Tortonese (credits: terraderthona.it)

«Ho scelto il Timorasso perché volevo che parlasse lui al mio posto, io sono più diretto». È tra le prime frasi che ho annotato parlando con Walter, appena tornato a casa dopo una giornata di lavoro nelle sue vigne a Monleale. Per le mie orecchie è suonata come un invito. Mi presto alla mia fonte così come il produttore si vota alla sua, cioè l’uva, e mi dispongo in atteggiamento di liturgico ascolto.

Walter, come si è strutturato il lavoro di riscoperta del vitigno?

Gli anni ’80 sono stati anni di grande fermento nel mondo del vino italiano. Sono stati gli anni dell’esplosione del novello e in cui abbiamo preso coscienza del mercato degli spumanti. Non ho seguito questa strada perché ero talmente concentrato sull’interpretazione della Barbera che non ho guardato oltre. A me piace restare vicino alla sorgente, all’uva, senza troppe elaborazioni. Dopo essere diventato enologo ad Alba, decido di dedicare anima e corpo all’azienda agricola di famiglia. Mi attrezzo per poter fare cantina e nel 1984 provo a vinificare la Favorita. Avevo mezzo ettaro, ma il risultato non mi era piaciuto. Nell’87, invece delle uve internazionali, provo a lavorare 10 quintali di Timorasso da un vigneto superstite di poco meno di mezzo ettaro. Il vino che ne ho ricavato era più espressivo, più legato al mio carattere. Il vino è riflesso della mente e ho capito che, oltre che con la Barbera, la mia mente si riflette col Timorasso. Non ho puntato su questo vitigno per questioni di marketing ma per avere un argomento in più, qualcosa da dire sul mio territorio e sulla mia cantina. A fine anni ottanta le reazioni dell’ambiente sono molto positive e decido di mettere a dimora la prima vigna, nel 1990.

Anni in cui si inizia a cambiare il modo in cui vivere il vino.

Capisco che nelle Langhe il Barolo riacquista interesse perché emerge un turismo internazionale che interpreta il vino in modo diverso. Per lungo tempo il vino ha dovuto rispondere a requisiti richiesti dal mercato come la grande disponibilità, un buon contenuto alcolico e il costo basso, per lo meno in Italia. La cultura del vino oggi è divertente e in tutto il nostro Paese s’è affrancata benone ma sicuramente il seme non l’hanno gettato gli italiani. Molto hanno fatto gli inglesi, che hanno capito che the time è un ingrediente imprescindibile. Tutta l’Italia del vino, in ogni caso, deve dire grazie a uomini come Angelo Gaja per il contributo che hanno apportato. Insomma, ho seguito questa evoluzione da vicino e l’ho fatta mia. Nel mio piccolo sapevo di avere in mano un certo grado di responsabilità per aver riscoperto quest’uva e volevo essere fedele a questo vino, senza assemblarlo. Ho pianificato il mio futuro a metà anni ’90 perché ho capito la potenza espressiva del Timorasso e volevo che parlasse lui al mio posto.

Nei Colli Tortonesi si producono quasi 500 mila bottiglie di Derthona l’anno. Walter Massa sulla strada del vino (credits: terrederthona.it)

E oggi?

Dal 2000, quando avevo a dimora solo un ettaro e mezzo, sono passato ai 15 ettari vitati di oggi, da cui ottengo mediamente 100 mila bottiglie l’anno, di cui 60 mila di Derthona, 18 mila dai tre cru e 20 mila di Piccolo Derthona, il bianco da bere giovane. Ho altri 14 ettari, di cui 9 a Barbera, per cui Monleale costituisce un mesoclima fantastico. Ha luce, calore e ventilazione ideali. Monleale sta ai Colli Tortonesi come Serralunga d’Alba sta al Barolo. Questo terroir dà vita a vini duri, rustici, di grande struttura e di grande estratto.

«L’ideale è berlo quando il verde sfuma nell’oro, come nella bandiera del Brasile»

Altri produttori hanno accettato la sfida di riscoprire il Timorasso.

Certamente. C’è stato un boom agli inizi degli anni duemila. Dieci anni fa eravamo poco più di una trentina, oggi siamo in più di cento a produrre il Timorasso e ormai riusciamo a portare sul mercato quasi mezzo milione di bottiglie l’anno.

Esiste già una Doc per il Timorasso dei Colli Tortonesi ma c’è grande fermento attorno alla denominazione Derthona.

Derthona è il nome romano di Tortona. Io, quindi il Consorzio del Timorasso, abbiamo creato questo marchio per il Timorasso bianco fermo del Tortonese (con specifiche di prodotto più stringenti) e abbiamo intrapreso il percorso per richiedere la Doc. Lo abbiamo scelto per creare una forte identità di prodotto che non possa essere snaturata da chi vuole produrre il Timorasso diversamente, magari spumantizzato o con la macerazione carbonica, col rischio di generare confusione sul mercato. Quasi tutte le aziende che producono Timorasso sono salite sulla «barca» del Derthona.

Una bottiglia di Derthona (credits: Vigneti Massa)

Innanzitutto, Quali sono le caratteristiche di questo vino? E gli abbinamenti ideali? 

Il colore può variare. L’ideale è berlo quando il verde sfuma nell’oro, come il colore della bandiera del Brasile. Dopo 6/7 anni dà il massimo. Al naso è sempre complesso e divertente. Può partire dalla frutta matura o cotta, poi miele, mandorla, quindi esalta i toni minerali e gli idrocarburi. In bocca è lungo, persistente, pieno, bilanciato, e farlo bene sviluppando meno di 13 gradi e mezzo è impossibile.

Una scommessa vinta, quindi? 

Sì. Perché tutte le cantine tortonesi hanno almeno un’etichetta di Timorasso. Perché tutti i ristoranti del territorio hanno almeno una referenza tortonese. Ma soprattutto perché tanti hanno avuto il coraggio credere nel rilancio di questa terra e di osare.

«Chi recupera le vigne, che sono veicolo di estetica e di cultura, dona ettari di bellezza gratuita all’umanità»

C’è chi ha condiviso il tuo giudizio e ha deciso di investire su questo vitigno e su questo territorio.

Settant’anni fa avevamo 5 mila ettari di vigna, ora non arriviamo a 2 mila. Nel dopoguerra fare il viticoltore era meno conveniente e molti cambiavano mestiere. La terra è rimasta ma servono persone che hanno coraggio per potenziare la viticoltura sul territorio. Grandi nomi delle Langhe come Borgogno, Rivetti, Vietti, Oddero e Pio Cesare sono da poco, o lo saranno tra pochi anni, sul mercato col Derthona. Direi che è tanta roba. È uno sviluppo che sicuramente può portare al rilancio del nostro territorio e non solo. Questi marchi hanno grande credibilità e possono aprire il mercato del Derthona nel mondo e orientare alla grande il consumatore colto al vino bianco piemontese. Un’operazione di cui può beneficiare anche l’Erbaluce, il Gavi, l’Arneis e il Piemonte tutto. Ultimo, non per importanza, è un altro concetto: chi recupera le vigne, che sono veicolo di estetica e di cultura, dona ettari di bellezza gratuita all’umanità.   

credits: Vigneti Massa

Emerge quindi un bianco in un terra da rossi.

Amministrativamente e culturalmente parlando sì, siamo in Piemonte. In senso geografico però c’è più soluzione di continuità tra il Tortonese, l’Oltrepò e il Piacentino rispetto alla fascia collinare che va dalle Langhe al Tortonese. Ci sono più di 100 chilometri da noi all’area di produzione del Barolo e in mezzo ci sono territori diversi dove si producono vini diversi, sia bianchi che rossi. Storicamente il Tortonese è vocato sia al vino bianco sia al rosso. I documenti storici ci dicono che ad inizio novecento, dalla stazione ferroviaria di Tortona, partivano carichi da 30 mila ettolitri di vino bianco per la Svizzera e la Germania. Allora non c’erano cantine che valorizzavano il territorio e le sue unicità, oggi sì. Tanto per dire, oggi il Timorasso sta facendo da traino alla Barbera del Tortonese, quindi un bianco piemontese che sta facendo riscoprire un rosso, al contrario di quello che viene immediato pensare.

Il cambiamento climatico è un tema…caldo?

Sono cinquemila anni che il vino ci sopporta, quindi rispettiamolo nella sua natura. Non capisco le vendemmie svolte a luglio, significa snaturare il ritmo intimo e naturale della vendemmia. Lo spirito in cantina, l’uva, entra qualche settimana dopo. Il Timorasso non ha una decade precisa in cui essere raccolto, perché dipende dall’età delle vigne, da fattori climatici, dalla storia meteorologica della stagione. Le vigne più giovani sono arrivato a vendemmiarle al 16 di agosto, con le altre a metà settembre, e ci sono stati anni in cui ci si è spostati molto più in là come il 2006. Di base posso dire che il Timorasso matura a metà settembre, prima del Cortese e dopo il Dolcetto. Per il futuro, qui, giocheremo un po’ sull’epoca di raccolta ma non andremo a snaturare i suoi tempi, grandi differenze di prodotto per via del clima non ne abbiamo riscontrate. Certo, dovremo stare più attenti.

Vigne di Derthona Timorasso (credits: timorasso.it(

Zonizzazione e individuazione dei “cru”. Un trend da seguire?

Sì e stiamo lavorando in questa direzione. Prima però serve scoprire pienamente la nostra terra, le potenzialità e le differenze dei vari appezzamenti così come poi queste particolarità si traducono nel vino. Stiamo capendo che cosa c’è in quella vigna anziché in altre.

È cambiato qualcosa, nel Piemonte sudorientale, da quando il Timorasso è rinato?

Da quando lo abbiamo riscoperto il brand di questo territorio ha iniziato a tirare e a creare consapevolezza negli amanti dell’enogastronomia. È cambiato il modo in cui vivere il territorio e i suoi sapori, al di là del vino. A cominciare dal formaggio Montebore. La sua produzione si era addirittura fermata ma negli ultimi vent’anni è risalito in cattedra crescendo sul modello del Timorasso. Oggi è uno dei formaggi più caratteristici del Piemonte. A seguire le Pesche di Volpedo, che stanno crescendo anche nella versione sciroppata, che così può arrivare sulle tavole in tutto l’arco dell’anno. Poi il Salame del Giarolo, che deve avere almeno 100 giorni di stagionatura, e i Tartufi locali come quelli di San Sebastiano, sempre più apprezzati. Le verdure sottolio e sottaceto della Valle Scrivia, la piccolissima e profumatissima fragola di Tortona, la crema Derthonella a base di nocciola e miele ma anche il mais Ottofile Tortonese, la cultivar che ha sfamato l’Italia in entrambi i dopoguerra e che è stata gradualmente abbandonata con l’introduzione degli ibridi americani. Abbiamo ancora da valorizzare il nostro Appennino. Speriamo che possano continuare ad arrivare nuovi investitori seri e onesti che amano il territorio. Abbiamo fatto sacrifici per decenni per il nostro marchio, speriamo che altri soggetti seri possano sposare il progetto dei sapori che questa terra ha intrapreso.

Il formaggio Montebore (credits: bitquotidiano)

Quindi c’è più Tortona sulle tavole degli italiani ma anche più italiani che vengono a Tortona.

L’effetto Derthona ci sta aiutando da matti. La risposta è sì: un vino può valorizzare un territorio. Noi siamo fortunati, Tortona ha una posizione strategica nel nord-ovest, a metà dell’asse Milano-Genova ma anche Milano-Torino. C’è tranquillità, c’è relax, implementando l’ospitalità sul territorio sono sicuro che raggiungeremmo piccoli grandi traguardi.

C’è ancora qualcosa da fare perché il vino si affermi come biglietto da visita del territorio?

Bisogna continuare ad essere fedeli al territorio e tenere a mente ciò che sappiamo fare meglio, senza snaturarci. Serve continuare a lavorare con onestà. Io voglio un mondo sempre più territoriale, un mondo di uve che parlano in dialetto e che non adotta gli zii francesi. Dobbiamo iniziare a comunicare l’Italia dei vini con la carta geografica e non coi vitigni. L’uva è un ingrediente. Che esprime, per l’appunto, il territorio.

Oh, oh, oh, oh, oh, mister Timorasso! Quando sto con te il mondo è uno spasso