In visita da Selva Capuzza

In visita da Selva Capuzza
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Il vino del territorio, la cucina della tradizione, il soggiorno tra le vigne. A due passi dalle sponde meridionali del Lago di Garda e all’ombra dalla storica Torre di San Martino della Battaglia, monumento celebrativo alle guerre d’indipendenza risorgimentali. Immerso in colline silenziose che custodiscono vigneti a perdita d’occhio, Podere Selva Capuzza è un tuffo di testa nel mondo dei sapori del basso Garda e, prima ancora, un punto di incontro. Perché oltre alla produzione dei vini Doc del territorio – solo uve autoctone, nella filosofia della famiglia Formentini, fondatrice e proprietaria del complesso –, nel comprensorio dell’azienda trovano spazio anche un agriturismo, dove soggiornare, e un ristorante. E se gli undici appartamenti hanno ereditato gli spazi che fanno da cornice ad una chiesetta del duecento, i tavoli e la cucina respirano la stessa aria di una cascina del cinquecento.

Già dal nome la tenuta esprime la sua storia: «capuzza» sta ad indicare il capo, la punta del colle, dove un tempo dimorava una «selva», un bosco. E se è imprecisata l’epoca in cui la vegetazione incontaminata ha lasciato spazio all’agricoltura, Fabio, la mia prima guida di giornata, mi spiega che sono gli anni ’70 a segnare il «punto zero» dell’azienda. A partire da una cucina dapprima per amici e parenti e che ha poi pian piano aperto al pubblico, sviluppando le stesse specialità «caserecce» a chilometro zero che sono servite oggi, dalla pasta ai dolci, tutti fatti in casa. Quindi la cantina, costruita a pochi passi, e quindici anni fa il recupero del Borgo San Donino, il nuovo agriturismo con piscina. Un complesso dove, in pratica, posso sviluppare tutto il mio tempo libero in un weekend a un tiro di schioppo dalle rive del Garda.

In lontananza si intravede la linea ferroviaria ad alta velocità, quasi a ricordarmi il «Treno» di Carducci (se non vi torna alla memoria, mi auguro che abbiate conservato i libri delle superiori), quella traccia del mondo che avanza in un posto fatto di silenzio e di sapori antichi. E profumi, quelli dei vini che hanno origine dai trenta ettari di superficie vitata della tenuta. E come cogliere il legame tra prodotti tipici e territorio, se non quello di provarli proprio mentre puoi ammirare il terreno che li ha cresciuti? È il caso dei Lugana «Selva» e «Menasasso» (il riserva, con un 10% che affina in legno), perché dai lati del mio tavolo, nel portico dell’area degustazioni, posso ammirare il vigneto dove il vento culla le piante di Turbiana da cui provengono le uve con cui sono prodotti. Laura, la mia seconda guida, mi accompagna attraverso la storia delle bottiglie di casa.

Le più suggestive? Sicuramente il San Martino della Battaglia Doc, sulla cui etichetta campeggia un punto di domanda, a catturare l’attenzione sul nome delle sue uve, le stesse che un tempo erano chiamate Tocai e che ora, orfane di un nome ufficiale, prendono in prestito la forma dialettale «Tuchì»: un bianco minerale, floreale e aromatico, che condivide i grappoli con la sua versione passita «Lume». E, tra i rossi, il Garda Classico «Henry Dunant», siglato dalla firma del fondatore della Croce Rossa, istituzione nata proprio tra le colline attorno alla Selva Capuzza, teatro degli scontri della Battaglia di Solferino. E se passate di qui da ottobre in poi, non scordatevi di chiedere un assaggio dello spumante metodo classico prodotto con le uve Turbiana, che sarà pronto ad ottobre.

Un’esperienza che ai «giornalieri» consiglio di sviluppare in settimana, visto che le partenze e gli arrivi dei turisti, previsti solitamente per il sabato, assorbono una dose «extra» di tempo alle guide. L’importante, però, è ritagliarsi il tempo per farci un salto. E per rendere completa la vostra esperienza e respirare la memoria storica del posto, la visita all’Ossario di San Martino della Battaglia e una «scarpinata» fino alla cima della Torre (modico, il costo dell’ingresso) per gustarsi un panorama senza eguali.

Calvin Kloppenburg

In barrique da più di un anno per affinare la mia vocazione al giornalismo, un manubrio e due pedali come compagni di viaggio. Finché un giorno la penna che tengo dietro l’orecchio cade nel calice, che diventa il mio calamaio. Figlio degli anni '90 e delle prealpi orobie - a dispetto del nome -, vivo, raccolgo e racconto esperienze per Enotautilus sin dalla sua nascita. Dalla mia tastiera cronaca, sport ed economia per la stampa locale, dal cuore la passione per diffondere la cultura del vino in tutte le sue declinazioni.

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