16 Novembre 2020

EnoNautilus Blog

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Le vetrine sorridono ai calici e il cristallo elegge Voghera patria del Pinot Nero

Tempo di lettura: 18 min

Le vetrine, i custodi dei prodotti più desiderati e allo stesso tempo la sottile distanza che ci separa dall’oggetto che ha fatto breccia in noi. Non sono solo il biglietto da visita dei negozi ma anche un’occasione per specchiarsi nei vetri lucidi, per capire quello che vogliamo indagando la nostra figura riflessa. Specie negli esercizi del centro, quelli dove spesso troviamo dietro al bancone un commerciante che è anche un amico e che conosce bene i nostri gusti, a volte rivelandosi la più fidata tra le fashion stylist o il primo dei food blogger. Ecco perché queste barriere che, pur trasparenti, separano, sanno unire, coinvolgere, dare fiducia. Specie se il matrimonio è con un altro cristallo, quello dei calici di vino, e con un territorio intero, che si abbraccia simbolicamente per farci assaporare un respiro di libertà (in assoluta sicurezza) e le sue bontà più genuine. Sapori cristallini come le vetrine, come il Pinot Nero e la sua inconfondibile limpidezza nel calice, come il suo carattere schietto ed elegante, in rosso e quando si fa bollicina.

A Voghera, la cittadina eletta a capoluogo dell’Oltrepò Pavese, tutto questo è diventato realtà, lo scorso weekend, con la prima edizione di «50 Sfumature di Pinot Noir». Mi spiace per chi ha iniziato a sognare, nel leggere la prima metà del nome dell’evento, ma in centro non c’erano né Christina Grey né Ana Steele né tantomeno le loro fantasie. Di fatto però le sfumature – stavolta – sono state per davvero cinquanta: parola di scout (per sincerità ma non di fatto). Cinquanta sono stati i punti di assaggio allestiti, ognuno con una diversa declinazione (e azienda produttrice) del nobile vitigno, e associati ad un diverso esercizio commerciale di vicinato. Le vie del centro e i porticati della centralissima Piazza Duomo si sono trasformati in una festa del vino, in un autentico showroom dei prodotti delle vigne che, guardando verso sud, disegnano l’immagine delle colline dell’Oltrepò. Pendii vitati di cui Voghera ne è stata, di nuovo, specchio (se non si è capito il leitmotiv di questa giornata direi, senza usare artifici retorici, speciale).

Giuliano Ferrari di Ferrari Eventi con le esercenti di Voghera da Scoprire e Botteghe del Sorriso

Alla regìa dell’evento c’è l’associazione Voghera da Scoprire (le Botteghe del sorriso) e il Movimento del Turismo del Vino lombardo nella persona di Lucilla Ortani, oltre che il Comune. Main partner dell’appuntamento è la cantina Torrevilla: per chi non la conoscesse è l’associazione di viticoltori che riunisce 200 conferitori dei Comuni di Torrazza Coste e Codevilla, e che ci ha ospitato nelle sue sedi per regalarci un’immersione prima nello spirito oltrepadano, con una visita in cantina, quindi nei suoi sapori, con un delizioso pranzo nella sede aziendale. Settecento ettari – questa la superficie vitata complessiva – sono difficili da girare in un giorno, così la scoperta dell’azienda si focalizza nelle «stanze dei segreti» (così mi piace chiamarle) dove riposano le bottiglie di metodo classico.

Nel mondo il Pinot Nero è riconosciuto come un vitigno capriccioso, esigente, delicato: insomma, coltivarlo mette a dura prova le capacità e la pazienza dei produttori, mossi (mia ipotesi) dalla profonda raffinatezza garantita da un procedimento di successo. Qui nell’Oltrepò – mi ha raccontato Massimo Barbieri, presidente della cantina -, però, il Pinot Nero non si ammala, non dà problemi di gestione ed è molto produttivo. Paradossalmente dà meno rompicapi degli autoctoni Barbera e Croatina e produce risultati molto caratteristici e distinguibili – ha proseguito il numero uno di Torrevilla -, a prova di un legame tra territorio e vitigno ormai oliato e vincente, favorito dall’importante escursione termica tra giorno e notte in queste vallate, oltre che dalle precipitazioni mai abbondanti.

Organizzatori, giuria e il presidente di Torrevilla Massimo Barbieri

L’occasione per verificare la bontà dei risultati è la tavola allestita nella Bottega del vino di Torrevilla, nel punto vendita di Torrazza Coste. Un piccolo Spoiler? Meno male che, secondo un discusso articolo della scorsa primavera, la prima cernita da compiere per scegliere una buona etichetta è evitare le cantine sociali. Proverò a farvi calare nel menu di giornata, per ricomporre davanti al monitor l’atmosfera di un pranzo di grande identità territoriale e perché no, per proporre alcuni spunti gastronomici da riproporre ai fornelli. L’antipasto, crostatina al mais con funghi e baccalà, è l’immagine delle colline che mettono l’anello nuziale al dito del mare. Il mais è figlio della Pianura Padana, i funghi della «Via del sale», la strada che porta dai boschi della Valle Staffora alla Liguria, legata a doppio filo alla storia del baccalà.

Saporito, succulento e bilanciato tra la polpa del merluzzo e la croccantezza della cialda. In abbinamento l’Oltrepò Docg La Genisia millesimato 2016 in magnum, il metodo classico «base» dell’azienda. Avanti con le portate, indietro con lo zucchero. Si abbassa a zero, il dosaggio del secondo vino di giornata, l’Oltrepò Docg Pinot Nero Riserva 110 Nature millesimato 2014, frutto di un gioco in vigna che dà uno strappo alla regola: la vendemmia avviene a piena maturazione delle uve e non con il consueto anticipo che si rispetta quando si deve ottenere uno spumante. Una bollicina efficace con la sapidità della salsiccia e la dolcezza del brodo di Pomella (mela piccola, dalla polpa bianca e croccante tipica dell’Oltrepò, in raccolta proprio negli ultimi giorni) che danno carattere al risotto sfumato al Pinot Nero.

Sperimentare diventa la nuova parola chiave in tavola. Prima con il tonno di pollo con insalatina mista, vinaigrette di zafferano e petali, che rivede le carni sottolio della tradizione contadina oltrepadana in dialogo con la preziosa spezia adottata dal pavese, quindi con un metodo classico prodotto con il tipico Pinot Nero ma con una sosta inconsueta e coraggiosa di cento mesi sui lieviti. Nessuna denominazione riportata in etichetta ma un caleidoscopio di profumi restituito al naso. Tant’è che il mio udito arriva ad alcuni commensali che si consultano per prenotare qualche magnum. Agrume candito, frutto tropicale, sottobosco, fiori gialli, panificazione dolce e una leggera nota ossidativa che non storce però il bouquet. Prima di concludere c’è tempo per un assaggio della Stafforella stagionata in abbinamento al generoso, caldo e potente Pinot Nero Doc Riserva 110 2017, che anticipa la deliziosa Chantilly di zucca berrettina di Lungavilla con zenzero, amaretti e cioccolato, a braccetto con del moscato dolce frizzante.

La batteria di vini servita durante il pranzo da Torrevilla

L’appetito vien degustando e la cornice del divertimento dei sensi si sposta sotto gli occhi dei tetti che custodiscono la storia di Voghera. Spesso gli stessi muri perimetrali ospitano, al piano terra, quei negozi che hanno dato il «la» a questa festa del vino e quei negozianti che raccontano, dall’osservatorio discreto e privilegiato delle loro vetrine, la vita di tutti i giorni. Vetrine eleganti, addobbate a tema vino per uno speciale contest dove gli esercenti si sono superati nel saper intrecciare la tradizione, l’uva e il momento dell’autunno. Noi di Enonautilus abbiamo avuto l’onore di far parte della giuria a cui è stato affidato il compito di giudicare il migliore allestimento composto dagli esercenti. Due occhi per cinquanta vetrine, per inebriare gli occhi e la memoria, che chiede l’ausilio della matita e del taccuino.

Dal calamaio al calice è un attimo e, nel tragitto, il passaggio avviene con un biglietto. In piazza si può acquistare il carnet da dieci degustazioni, una sorta di passepartout nel tempo, tra le diverse annate, e nei sotterranei dell’Oltrepò, ovvero nelle cantine che hanno custodito i diversissimi Pinot Nero in degustazione. Alle 15 l’inaugurazione con brindisi, alla presenza della neo prima cittadina di Voghera Paola Garlaschelli, sotto il porticato che abbraccia Piazza del Duomo. Rispondono all’appello anche i sorrisi dei più piccoli, stregati dai palloncini modellabili, e il primo tappo di sughero saltato innesca la passione dei presenti, che inaugurano il percorso tra i negozi (errata corrige, i banchi) di degustazione, tutti segnalati sulle mappe consegnate all’infopoint.

Per un giorno le gioiellerie ospitano i caldi e intensi Pinot Neri vinificati in rosso, i tappezzieri i Cruasé, i fioristi le bollicine Martinotti, i negozi di abbigliamento l’Oltrepò Docg metodo classico, e il ritornello si ripete per le boutiques, i fotografi, le farmacie, le edicole, i negozi di calzature, di articoli per la casa e per l’infanzia, ognuno intrecciato ad un sapore diverso. Insomma: la festa del Pinot Nero prende in prestito la quotidianità del centro e la riveste di gioia, la stessa che smussa gli animi tesi dall’atmosfera di preoccupazione condivisa che caratterizza questi tempi che stiamo vivendo. Il vino risveglia i sensi confusi dalla mascherina: di fronte ad un calice le persone si riconoscono e si conoscono, e spesso i profumi del nostro Pinò si riconoscono ancora prima di avvicinarlo al naso.

Alcune cantine presentano più banchi di degustazione. In alcuni casi la famiglia titolare si divide nelle sue generazioni presentare i suoi prodotti in giro per la città, con la passione di chi non vuole delegare a nessuno il prodotto della sua sapienza. In altri, le azienda lasciano parlare i loro prodotti: a presentare due banchi sono le cantine Dellabianca (anche un rosè), LaVersa, Gravanago, Torrevilla, Montelio, Percivalle, Belvedere del Nebbiolo, Castello di Luzzano, Olcrù, La Costaiola, Torti e La Piotta. A parlare di vino non sono solo i sommelier, i produttori, i professionisti del settore e della ristorazione, ma anche i negozianti stessi. Commentare le emozioni che regala un vino e dell’esperienza di farlo in compagnia diventa la regola tra un collier, un occhiale da vista e una scarpa fashion.

Nel frattempo le bottiglie continuano a inchinarsi verso i calici, dove il vino scorre ma non quanto il tempo. A coricarsi, così, è anche il sole, sedotto dall’orizzonte, e le lancette delle ore corrono incontro alle 18. La luce comincia a spegnersi e nell’infopoint di Piazza del Duomo la giuria si ritrova per decretare la vetrina più caratteristica di giornata. Un’occhiata ai taccuini, un consulto alla memoria e si procede al confronto, che si risolve con facilità. Va ad aggiudicarsi il premio la Gioielleria Ferlini di via Emilia, colorata di natura in tributo al Pinot Nero. Un’esperienza difficile da immaginare, fino all’alba dello scorso weekend. Ma è successa, e mi sono divertito un sacco. Sono tornato a casa con un prezioso bagaglio fatto di grande leggerezza: insomma, quei carichi che ci porteremmo volentieri sulle spalle. E anche se è stato difficile intercettare per strada i sorrisi sui volti delle persone, gli occhi ampi e sereni di coloro che ho incrociato e conosciuto ne sono stati gli interpreti più fedeli.