14 Luglio 2020

EnoNautilus Blog

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Vite in libertà, grande successo per la terza edizione del festival a Bergamo

La ricchezza della cultura enogastronomica italiana è in gran parte costituita dalle microstorie che, nel tempo, hanno costruito e tramandato tutte le identità locali che raccontano e custodiscono un territorio attraverso suo patrimonio di sapori. Per un weekend Bergamo è stata l’occasione per incontrare quella costellazione di piccoli produttori che, come infaticabili tessitori, intrecciano i nodi che tengono insieme la rete delle eccellenze italiane. L’occasione è il festival «Vite in Libertà», terza edizione della rassegna enologica che da tre anni conquista la centralissima città alta, andata in scena il 14 e il 15 dicembre. Sono ancora all’incipit e, caro lettore, ti offro già l’opportunità di tirarmi le orecchie: abito a mezz’ora d’auto e prima di domenica non c’ero mai stato.

Ci eravamo lasciati a Milano in una tiepida serata di metà ottobre e, tra le luci e gli addobbi natalizi che fanno brillare l’aria fredda dopo due giorni in cui la neve ha appena colorato il suolo, il mio calamaio e i nostri calici si spostano di pochi chilometri e tornano nuovamente ai piedi delle Prealpi Orobie. Quindi, con l’entusiasmo e il respiro di novità di cui solitamente si attrezza il turista, raggiungo Bergamo e l’iconica funicolare. La ripida salita si fa strada tra le mura patrimonio dell’Unesco e mi mostra, al momento del tramonto, tutta la Pianura Padana fino agli Appennini, al termine di una giornata limpidissima: un panorama che sbigottisce anche me, che solitamente vedo l’orizzonte perdersi nella pianura.

In centro si respira già aria di Natale. Niente babbi natale sui terrazzi (per fortuna!) né tantomeno canzoni sentite e strasentite, ma un calore che si propagava come un’onda che tutti toccava e nessuno travolgeva, un sentimento coinvolgente, felice e che ti metteva quel sorrisetto rilassato e spensierato che ti fa abbassare le spalle. La location che raggiungo con una camminata tra vetrine addobbate e vie medievali illuminate a festa è l’ex carcere Sant’Agata, complesso che sorge su fondamenta risalenti a quando le cifre sul calendario erano solo tre. L’entrata è nascosta, timida, niente di trionfale o sotto i riflettori.

La cornice rispecchia il carattere riservato dell’evento: all’ingresso, sul cartellone di benvenuto con tanto di logo del festival, leggo: «siamo fuori dalla grande distribuzione». Già, perché i quasi 30 produttori arrivati ai piedi delle Orobie sono un po’ degli eroi, che cercano di restituire al mondo quel patrimonio di sapori ereditato ed espresso dalla loro terra, spesso con solo un paio di ettari a disposizione. C’è chi innova, c’è chi rimane fedele alla tradizione, altri è come se definissero un «prima» e un «dopo» nel panorama vitivinicolo delle terre d’appartenenza. Il fattore che li lega insieme è la passione per quello che fanno, il loro lascito agli enoturisti e ai cittadini della Bergamo «da bere» è la gioia di condividere le loro fatiche servendoti un buon calice di vino. Prosit!

Il biglietto d’ingresso è di soli 5 euro: in pratica paghi il calice e dai un contributo simbolico all’associazione Maite, che con entusiasmo organizza l’evento. Non un affare per chi non sa dirsi basta. Le degustazioni presso i vari stand sono gratuite e si possono provare tutte le etichette in esposizione, più di cento in totale: dall’Abruzzo all’Alto Adige, con un piccolo e dolce sconfinamento in Francia con il Sauternes. Ci vuole fegato a provarle tutte: letteralmente. Così mi sono lasciato andare a decisioni di cuore, spinto da ciò che più mi incuriosiva.

Ho capito che l’essenza di «Vite in Libertà» è di lasciarsi andare e aspettare di essere travolti da un contagioso entusiasmo per il vino. È l’occasione per parlare direttamente con i micro-produttori, per scoprire storie magnifiche che si intrecciano in vigna da posti lontani, per scoprire di più sul mondo del vino da vicino, per passare una serata diversa dal solito e per stringere amicizie. Chi rimane indifferente verso persone sorridenti che ti offrono un brindisi?

Prima cantina, latitudine più alta. È la cantina Grawu, figlia di Leila Grasselli e Dominic Wurth, coppia che ha deciso di sposare l’arancio. E guai a chi pensa allo spritz, sacrilegio! Gli arancioni di Grawu sono ottenuti con uve bianche la cui buccia viene tenuta in macerazione per qualche giorno, contatto che permette l’infusione di colore e aromi nel nettare che verrà. Non solo Sauvignon, Gewurztraminer e Chardonnay (evocativo), ma anche Pinot Grigio (che, in versione ramata, ricorda i sentori tipici dei vini rossi con grande delicatezza) e i cosiddetti «Piwi».

No, non si tratta di nessun frutto neozelandese, ma di un acronimo tedesco che sta ad indicare i vitigni resistenti alle malattie ottenuti attraverso l’ibridazione genetica di specie affini e che permette di evitare l’uso di pesticidi in vigna. Un argomento di profonda disputa nel mondo del vino ma che, nel mio caso, fa spalancare la bocca di curiosità. Nel pomeriggio aveva tenuto una conferenza in una stanza contigua, la sera lo ritrovo al banco a far provare i suoi Heh, Rukh, 310 e il passito Theia. Alessandro Sala della cantina Nove Lune coltiva a Cenate Sopra (nell’oasi Wwf della Valpredina), nel cuore della Valcalepio, solo vitigni Piwi bianchi. E, a dir la verità, si riservano di sorprenderti. Compro un passito come regalo di compleanno per un amico ma: pssst! Leggerà il mio scritto a breve, vi farò sapere se capirà o meno di essere il destinatario.

La tradizione proviene dal Mar Egeo, la pratica è alimentata in Valtellina, a pochi chilometri da quella Svizzera a cui si sono rivolti, in quanto a canale commerciale, in modo esclusivo per anni. Zanolari (così come Nove Lune) utilizza le anfore per affinare i suoi vini. E nelle forme sinuose della terracotta fa affinare anche lo Sforzato (prima di custodirlo in botti di legno per alcuni mesi), la massima espressione delle uve appassite di Nebbiolo. Cento per cento biodinamica, la cantina produce venti diverse etichette, tra cui bianchi (Moscato, Traminer, Pinot Bianco) e rossi (oltre al Nebbiolo, Pinot Nero, Merlot e Cabernet Sauvignon), sui pendii quasi verticali a pochi passi dal Cantone dei Grigioni.

C’è anche chi riscrive le regole, scoprendo nuove specie di vite. Nell’immaginario collettivo le vigne sono parte del ritratto che disegna le colline e c’è più di un motivo per cui sono associate ai pendii: il terreno drena meglio, le piante sono più esposte al sole e i frutti maturano meglio. Ma nel mezzo della pianura ravennate c’è una delle eccezioni. A 12 metri sul livello del mare (e non 11, lì c’è una falda acquifera che impedisce alle coltivazioni di dare un prodotto di qualità, racconta il proprietario Daniele) hanno sede i vigneti della cantina Longanesi. La famiglia ha chiamato con il suo cognome l’uva con cui producono il loro vino rosso: fortemente tannico, sentori di liquirizia e profumi di frutta rossa matura. La storia del vino bianco che Longanesi produce non è da meno: coltiva la semi-sconosciuta uva Famoso (in versione secca e passita), grappoli a bacca bianca un tempo utilizzati per attirare gli uccelli nella caccia, per via del loro profumo dolce.

Il recupero di un’uva mai vinificata e ora anche protagonista in bottiglie e calici è di attualità anche a Brescia, dove si produce vino bianco dall’Imbrunesca, uva povera da tavola tradizionalmente coltivata in provincia. Tra le cantine che la trasforma in vino c’è l’azienda agricola Colle San Giuseppe, che ha i propri vigneti sopra lo stadio di Brescia, ereditati da uno storico produttore di vino sfuso che ha cessato l’attività dieci anni fa. Pinot Nero, Nebbiolo (sic!), Marzemino e Merlot, ma soprattutto i suoi spumanti metodo classico, tra cui spicca il Pas Dosé Riserva, con una permanenza sui lieviti per cinque lunghi anni.

C’è chi viene da lontano ma anche chi si mette alla guida del camioncino e, dopo pochi minuti di viaggio, raggiunge città alta. Sono quattro, oltre alla cantina Nove Lune, i produttori orobici a fare gli onori di casa. Conosco bene Tassodine di Villa d’Adda, il primo produttore di Pinot Nero nella bergamasca, vino di grande finezza: arancia rossa, cacao, un festival di frutta di rovo e pelliccia di animale (non scherzo!). C’è Frontemura con i suoi vigneti cittadini e l’iconico Moscato Rosso passito, l’azienda agricola Pierluigi Cattaneo di Zandobbio con i suoi Valcalepio rossi e la versione rosé, infine «Le Driadi», Merlot in purezza dai pendii scoscesi in Val Pontida.

Oltre alle storie di vino ci sono le storie di vita. Di chi come Alicia, originaria del Maine, che si è trasferita con il suo compagno di vita (piemontese) a Cingoli, un balcone sulle colline a perdita d’occhio del maceratese e che, in solo un ettaro di terreno, fa fruttare un Verdicchio dal carattere schivo. Ma anche chi come Esther Hauser, ex pubblicitaria svizzera, che si è innamorata di un vecchio casale nascosto tra le campagne dei castelli di Jesi da cui può ammirare il mare come mai aveva fatto prima, dove si trasferisce per impiantare vitigni rossi in una terra votata ai bianchi. Oggi produce due etichette, «Il Cupo» e «Il Ceppo», dove protagonista è il Montepulciano e attori secondari il Sangiovese e il Cabernet Sauvignon.

Storie da lontano che mi fanno emozionare, così rimango a parlare con loro per decine di minuti. Il tempo passa in fretta e la compagnia appassionata di Esther e Alicia mi mette in pausa dalle persone che ho conosciuto tra i banchi d’assaggio e con cui ho stretto amicizia tra etichette e brindisi. Prima di andare mi concedo un boccone di formaggio e acquisto un assaggio di una formaggella semi-stagionata di capra della Val Brembilla (fattoria Cà Morone), pochi chilometri da Bergamo: buonissima, anche per me che non amo i derivati dal latte di capra.

Sono le 23 e città alta è ancora illuminata a festa in un clima intimo e discreto, le vie sono ricolme di visitatori. I bar sono pieni di persone, nella centralissima Piazza Vecchia le luci proiettano sul Palazzo della Ragione e sul Campanone le sagome dei simboli del Natale. Mi concedo una passeggiata tra le vie meno frequentate del centro, l’aria è tranquilla. Così ritorno alla funicolare, da cui speravo di assaporare il panorama cittadino di notte. Mi trovo però decine di persone davanti e ciò che posso vedere è la strada percorsa, man mano che scendo verso la pianura. Mentre ritorno alla mia auto penso alle conoscenze che ho fatto, alle esperienze di sapori e profumi che mi hanno accompagnato in un luogo così familiare ma stravolto per un’occasione genuina e coinvolgente. Penso: conviene tornarci il prossimo anno. E, magari, fare le scorte per i regali di Natale. Lo sappiamo bene: chi può rifiutare una buona bottiglia di vino?