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Il vino del futuro? In Valpolicella è l’accoglienza in cantina

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Il 70% dei produttori della Valpolicella dichiara di voler investire di più nell’enoturismo. Non un plebiscito ma comunque un segnale che esprime una forte dichiarazione d’intenti per il futuro. Più che uno strumento per riportare gli appassionati in cantina dopo il momento delicato che stiamo vivendo, il dato fotografa un territorio che ha finalmente compreso questo asset come strategico. Le aziende che ad oggi offrono servizi di accoglienza e ospitalità sono poche: meno di una su tre (il 28%). Di queste, solo una su tre con visite e accoglienza in cantina (B&B nel 39% dei casi, servizi di ristorazione nel 13%).

A dirlo è l’indagine interna del Consorzio di tutela vini della denominazione veneta realizzata in occasione della Valpolicella annual conference, che quest’anno si è svolta in formato digitale. Aperto a tutte le aziende del territorio, il sondaggio ha coinvolto un centinaio di realtà vitivinicole. Il 71% del campione produce fino a 100 mila bottiglie, il 18% tra le 100 mila e le 500 mila mentre l’11% ne imbottiglia più di 500 mila.  

Il 70% dei produttori della Valpolicella dichiara di voler investire di più nell’enoturismo. Ma quali sono, oggi, quelle più attive? Il dato sorprende: le aziende che dimostrano un tasso più alto di ricettività sono le più piccole. Per i produttori sotto le 100 mila bottiglie, l’impatto dell’accoglienza in cantina sul fatturato vale più del 21%, per una media che si attesta al 17%. La quota scende all’11% per le medie aziende e al 4% per le grandi cantine.

La Valpolicella detiene quasi 8.400 ettari vitati, nei 19 comuni della Doc veronese. Tra i vini tutelati dal Consorzio ci sono l’Amarone, il Recioto della Valpolicella, il Ripasso e il Valpolicella Doc.

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