In Russia c’è un solo Champagne ed è quello russo

Tempo di lettura: 4 min

Solo lo spumante russo potrà fregiarsi della denominazione Champagne entro i confini della Russia. Lo ha deciso il Cremlino con un provvedimento in vigore dal 2 luglio a firma del presidente Putin, a seguito di un dibattito (silenzioso) che ha tenuto banco per anni. Le bollicine francesi sinonimo di lusso e qualità in tutto il mondo recheranno in etichetta la semplice dicitura di “spumante”.  

A sorprendere, dello Champagne russo, non è quasi nulla a parte la notizia in sé. La linea sovranista (in questo caso quasi autarchica) del “putinismo”, infatti, non è nuova a nessuno. Specialmente negli ultimi sette anni, ovvero dall’introduzione, a seguito dello scoppio delle crisi in Donbass e Crimea (e non solo), delle sanzioni europee e americane nei confronti di Mosca.  

La reazione dei produttori champenoise non si è fatta attendere ma il pugno duro di cui parlano diversi giornali è forse un’interpretazione dai toni più accesi rispetto la realtà. Moet ha disposto la sospensione temporanea dell’export di Champagne in Russia, affermando che non se ne parla di cambiare denominazione. A ruota anche Veuve Cliquot e Dom Perignon. L’Unione Viticoltori Russi minimizza e sostiene che, su una ventina di importatori, solo Moet ha espresso indignazione sull’accaduto. 

Detto fuori dai denti, è difficile che Dom Perignon, Veuve Cliquot o Moet vengano declassati nella concezione collettiva dei consumatori russi solo perché in etichetta non riportano la dicitura “Champagne”. Della serie: chi li beve già continuerà a berli, a meno che i canali dell’export non si fermino del tutto. Questo perché il loro nome vale forse quanto il marchio di denominazione. La pericolosità di questa mossa sta invece nel rompere il filo diretto tra prodotto e territorio (che si riflette nel nome del vino) su cui si basa l’impalcatura del mondo enoico. Cioè l’identità. Il resto è vinopirateria. Come per esempio i Chianti e i Valpolicella della California. 

Le evoluzioni dell’affaire Champagne russo dipendono dalla dimensione politica che può assumere la faccenda. Tradotto: vediamo come il Governo francese, l’Europa e gli organi di tutela affronteranno la questione, e se gli altri esportatori seguiranno la linea di Moet. Non è scontato che lo Champagne russo diventi una pedina da spendere in ambito diplomatico, visto che di argomenti di disputa tra Russia e Occidente (mi si perdoni la semplificazione) ce ne sono già a sufficienza. Al contrario è improbabile che le acque rimangano ferme a livello commerciale, sempre che la Russia non sia disposta, nelle prossime settimane, a fare un passo indietro.  

Nel frattempo, sul sito del Comité Champagne (l’organizzazione che protegge il marchio) è apparso nell’header lo slogan “Non è Champagne se non viene dalla Champagne”. La Russia e il blocco ex sovietico non è l’unica area del mondo in cui il Comité Champagne ritiene che il suo marchio non sia adeguatamente protetto. Il presidente dell’ente Vincent Perrin ha spiegato che in Paesi come gli Stati Uniti e l’Argentina «persistono molte usurpazioni legali».  

Va detto che in Russia si produce da più di cent’anni uno “Champagne russo”. Si tratta di un vino spumante chiamato “shampanskoie” e prodotto sulle rive del Mar Nero. In questa regione la viticoltura risale ai tempi dell’Antica Grecia e il suo sviluppo si deve anche all’influenza della vicina Georgia. Nel Seicento lo zar Mikhail Fedorovich Romanov dispone l’impianto di alcuni vigneti ma è nell’Ottocento che la viticoltura rinasce per volontà dello zar Alessandro II. Il sovrano chiama in Russia enologi e agronomi francesi per riprodurre il vino effervescente provato in Francia e tanto amato. 

Nel 1896 nasce la prima annata dello Champagne russo “Paradise” prodotto tra il lago Abrau e il fiume Durso. Un vino che, all’esposizione universale di Parigi del 1900, supera tutti gli Champagne francesi in concorso. La “popolarizzazione” del vino operata da Stalin e le misure di Gorbaciov contro l’eccessivo consumo di alcool hanno fermato la crescita dello spumante russo. Oggi le cantine sotterranee di Abrau-Durso, grandi quanto due campi da calcio, possono ospitare fino a dieci milioni di bottiglie in affinamento sugli lieviti.  

La realtà è che molti dei vini che i russi chiamano “shampanskoie” sono spumanti metodo charmat realizzati con una base composta da mosto fortificato che entra in commercio a meno di un mese dalla vendemmia. Ecco perché i russi che sanno distinguere questi prodotti da un vero Champagne sono più preoccupati dal blocco dell’export rispetto alle dispute sovraniste sui nomi.  

Uno spaccato arriva dalle parole di Anna Chernyshova, consulente nel mercato dei vini e specializzata nella creazione di cantine personalizzate per clienti facoltosi. La russa ha confessato a France Press: «Il mio telefono non smette di suonare, i miei clienti cercano di capire che cosa possono fare».  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scroll to top
Close