18 Ottobre 2020

EnoNautilus Blog

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Nebbiolo delle Alpi: il vino secolare che spiana la Valtellina e tiene in piedi le montagne

Tempo di lettura: 19 min

Non sto parlando della terra dei tartufi e delle nocciole, ma di quella dello sci, dei pizzoccheri e della bresaola: è la terra del Nebbiolo. Lo garantisco: nessun refuso. Dovrebbe essere già entrato nella coscienza del grande pubblico ma a volte non è così: quando, nel fare rientro a casa, il Nebbiolo sfoglia il mazzo di chiavi per trovare quella che apre la serratura della porta d’ingresso, può usare la Valtellina allo stesso modo delle Langhe per ritrovarsi catapultato in salotto. Con la differenza che in Piemonte si siede a guardare la tivù sdraiato su un divano rivestito di seta mentre in Lombardia si accomoda sul soffitto.

Tanto è ricamato con l’uncinetto il profilo delle Langhe e schivo il ritratto dell’alto Piemonte, tanto è estrema la culla del Nebbiolo delle Alpi. Trovarsi ai piedi di un vigneto sulla sponda nord dell’Adda – una quarantina di chilometri da Andenno a Tirano – fa lo stesso effetto di vedere, dal bordo di un campo da calcio, il «muro» composto dalla tifoseria più calda sulle gradinate della «curva» in uno stadio da Champions League: una parete viva, verticale, che obbliga ad alzare lo sguardo verso il cielo per vedere il suo punto più alto. Non ci sono ultrà a intonare cori e a sventolare bandiere ma filari verticali di vite che danzano mossi dal vento, e che in inverno indossano un cappello bianco di neve, appoggiato sulle cime delle Alpi Retiche.

Vigneti nella sottozona dell’Inferno (c) Calvin Kloppenburg

Le pendenze dei pendii valtellinesi non permettono l’utilizzo di veicoli e altri strumenti automatizzati in vigna, così è l’uomo a provvedere in modo manuale ad ogni operazione. Iconica è la vendemmia, eseguita da autentici alpinisti del vino che, attrezzati con una grossa cesta sulle spalle, scalano i terrazzamenti, valicano i 2500 chilometri di muretti a secco tutelati dall’Unesco nell’arte di realizzarli e fanno il pieno di Nebbiolo nei loro serbatoi. Un concetto così estremo di viticoltura da essere stato battezzato «eroico» e da cui è nata una narrativa basata sulla fatica che ha conquistato una buona parte del pubblico e fatto conoscere la Valtellina da bere nel nostro Paese.

La vendemmia in Valtellina (c) Dirupi

Per l’appunto da bere, non solo da sudare. E i valtellinesi non vogliono più associare il vino – il loro vino – in modo esclusivo alla retorica dell’estrema fatica. «Per anni abbiamo comunicato che noi siamo quelli che ci spacchiamo la schiena, ma in tutti i lavori si prova fatica. Trovo ingiusto arrogarci il diritto di dire che il nostro sforzo vale di più. Con questo lavoro mi diverto e coi miei prodotti desidero divertire: vogliamo raccontare una storia fatta di passione, una storia positiva, di montagna, di vino». Voce e parole di Davide Fasolini, cofondatore della cantina Dirupi di Ponte in Valtellina e presidente della Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina.

Inoltre, gli atlanti del vino hanno invitato per anni a chiamare il Nebbiolo di Sondrio «Chiavennasca», altrimenti i valtellinesi si sarebbero offesi. Nessun legame con la città di Chiavenna, punta nordorientale della provincia, perché l’etimo della cultivar è dialettale e deriva da «Chiù vinascia», cioè più produttiva, più vinosa, più tenace. «Il termine Chiavennasca però non identifica storicamente il nebbiolo valtellinese ma descrive un modo di produrre vino dove il primato spetta alla quantità. Una filosofia che qui appartiene ad altre epoche». A precisarlo Mamete Prevostini, titolare dell’omonima cantina ed ex presidente del Consorzio Tutela Vini di Valtellina.

Mamete e Davide non sono voci fuori dal coro, ma note della sinfonia. Sono espressione di quella che si può definire la «new wave» del vino valtellinese, portata avanti da una generazione di viticoltori che ha rotto con le narrazioni tradizionali e che ha inaugurato un nuovo capitolo dell’identità vitivinicola locale, tornando alle origini. Dall’avvento del nuovo millennio ad oggi sono triplicati i produttori (il Consorzio conta oggi 49 associati), nelle aziende più radicate sul territorio si è assistito ad un contemporaneo ricambio generazionale e proprio la Generazione X del Nebbiolo valtellinese ha capito l’importanza di fare squadra e peso specifico attorno a un percorso condiviso fatto di azioni coordinate. A partire da come comunicare l’identità del territorio nel mondo.

In Nebbiolo delle Alpi (c) Dirupi

«Nebbiolo delle Alpi» è la formula semplice e diretta con cui, da quattro anni, il Consorzio presenta la sua vetrina. Un modo per puntare sui concetti più semplici: il vitigno che si coltiva, la terra che lo culla. E per dichiarare che i viticoltori valtellinesi si identificano con una parola: Nebbiolo. «Un messaggio elementare, efficace e facilmente esportabile, attorno a cui ci siamo tutti allineati – spiega Mamete Prevostini -. All’estero la parola Alpi è sinonimo di cose buone e genuine e Nebbiolo significa grandi vini. Due concetti che ci impegniamo a rispettare col nostro lavoro». «La parola Nebbiolo è una delle carte migliori del nostro mazzo – prosegue Davide Fasolini – e aver insistito sul concetto di Chiavennasca ci ha frenati in passato».

Ci sono cose che però in Valtellina non cambiano e guardano l’Adda e il tempo scorrere dall’alto. Le terrazze su cui poggiano i vigneti risalgono in buona parte al medioevo e cullano viti impiantate subito dopo l’invasione della fillossera, superando quindi i cento anni di età. Lo stress delle condizioni estreme a cui le piante sono sottoposte non le fiacca ma le esalta, e i frutti che generano non sono stanchi ma vivi, maturi e freschi, ambasciatori di terreni sciolti e drenanti, baciati dal sole che benedice l’esposizione ottimale dei pendii. A non cambiare è anche il ruolo dei viticoltori, che qui sono autentici custodi del patrimonio paesaggistico e culturale della valle, perché sono i manutentori di quei muretti a secco tanto apprezzati e che richiedono costante attenzione. Li ricostruiscono, li restaurano, li spostano e li monitorano per tenere in vita un paesaggio che tuttavia resta lo stesso da secoli.

Vigneti nella sottozona della Sassella (c) Mamete Prevostini

Insomma: il vino della Valtellina tiene in piedi le montagne. E giusto per sbrigare le formalità del latinorum (dicono che dia lustro ad un testo): il Nebbiolo è il genius loci di un locus amoenus che è la Valtellina. Ovvero è lo spirito che protegge un luogo a cui è legato a doppio filo e con cui condivide l’identità. Il luogo in questione è un territorio piacevole e quasi idealizzato, fatto di sforzi tradizionali e genuini, circondato dalle cime delle vette, dall’aria fresca, dal verde ombroso delle Orobie.

«Queste basi uniche e millenarie in effetti sono l’ingrediente non segreto che ci ha permesso di crescere e affermarci come produttori» ammette Davide Fasolini. Faso, come viene da sempre chiamato da amici e conoscenti. Oggi trentanovenne, aveva 23 anni quando nel 2004 ha fondato con Pierpaolo Di Franco (Birba), amico e compagno di corso alla facoltà di Enologia alla Statale di Milano, la cantina Dirupi. Partendo da zero. Il duo Faso&Birba è portavoce di una storia sincera e pioneristica che incarna lo spirito della nuova generazione del vino valtellinese.

Davide Fasolini, a sinistra, e Pierpaolo Di Franco, a destra

«Si è trattato di avere il coraggio e la voglia di buttarci in un’avventura senza darci né regole né paletti – racconta Davide -. Non ci eravamo ancora laureati quando, nel 2004, abbiamo preso in comodato d’uso gratuito e in affitto alcuni terreni a Ponte in Valtellina, già in conduzione da parte di anziani del paese e da privati che producevano vino per il consumo in famiglia. Non avevamo una cantina, tanto meno soldi da investire. Lavoravamo in vigna nei giorni feriali e nei weekend ci sostentavamo con lavori saltuari. All’inizio avevamo mezzo ettaro e la prima produzione è stata di 1100 bottiglie ma il percorso si è accelerato rapidamente e nel 2006 eravamo già arrivati a 10 mila bottiglie. Nel frattempo siamo andati a vendemmiare in giro per il mondo e abbiamo ricavato un’esperienza grandissima. Una cosa di cui sono orgoglioso è che alle nostre famiglie non abbiamo chiesto un euro. La nostra fortuna è che ci è stato concesso gratuitamente il nostro più grande patrimonio: questa terra. Il Comune di Ponte in Valtellina ci ha poi consentito di affittare e di recuperare una cantina del 1560, che utilizziamo dal 2005 dopo aver fatto alcuni accorgimenti. Un edificio bellissimo, che conserva condizioni di temperatura e di umidità ideali per fare vino. Oggi abbiamo 8 ettari e produciamo 45 mila bottiglie. È una dimensione che ci piace molto perché ci consente di essere imprenditori restando vignaioli ed enologi, di mantenere un contatto intimo con il vigneto. Facciamo tutto a mano e la sensazione è quella di averne 25 di ettari. Una delle più grandi soddisfazioni del nostro percorso arriva dagli anziani dei nostri paesi. Nei primi anni di attività ci guardavano male perché seguivamo procedimenti e una scuola diversa dalla loro ma venendoci a trovare in vigna hanno compreso la cura con cui trattiamo il Nebbiolo. Così, negli anni a seguire, ci sono venuti a cercare per lasciarci i loro vigneti quando non avevano più le forze per seguirli. È un riconoscimento che vale più di tante certificazioni».

La cantina storica del 1560 (c) Dirupi

Dal loro discorso emerge lo spirito di condivisione che ha accelerato il processo di rinascita della Valtellina da bere. «Negli ultimi vent’anni sono nati tanti vignerons e il traguardo che abbiamo tagliato insieme è quello di lavorare fianco a fianco per aiutarci a vicenda. Siamo colleghi e amici, ci aiutiamo ad interpretare insieme un’annata, c’è rispetto. Spesso abbiamo gli stessi canali di vendita perché la priorità è di promuovere la Valtellina e andare a raccontare insieme il territorio con stili e approcci differenti. Mettersi d’accordo su una visione comune non è stato immediato ma ce l’abbiamo fatta, forti di un’identità radicata e che ci accomuna tutti: quella del Nebbiolo delle Alpi. All’estero sta crescendo la coscienza della Valtellina».

Parlo di «rinascita» perché negli anni ’80 cambia il mercato di riferimento dei nebbiolisti delle Alpi e cambia il modo di interpretare il vino. «Fino alla fine degli anni ’80 la confinante Svizzera costituiva un canale di vendita privilegiato per noi valtellinesi – racconta Mamete Prevostini -. Le cose sono cambiate quando gli elvetici hanno aperto al mondo cessando di essere, in questo ambito, un mercato protetto. Così è nata l’esigenza di reinventarci e di creare un nuovo mercato ma questo cambiamento è stato soprattutto l’occasione per puntare sulla qualità, per promuovere studi genetici, per creare una strategia territoriale, per fare insomma di necessità virtù».

Mamete Prevostini

È in questo contesto – il fervore degli anni ’90 – che Mamete mette le basi alla storia recente dell’azienda di famiglia (e di tutto il territorio). La produzione vinicola sui pendii attorno a Mese, in Val Chiavenna (sede storica dell’azienda, esterna alle zone a Doc e Docg della provincia), inizia già con l’omonimo nonno negli anni ’20, per soddisfare il consumo di vino del ristorante di famiglia. Mamete si laurea in enologia, fa esperienza in cantine vicine e lontane per poi, nel 1996, prendere in mano la produzione del vino famigliare e iniziare a fare bottiglia. La prima vigna è di un ettaro e mezzo e, in vent’anni, la superficie vitata passa a 30 ettari, custoditi dal fratello Paolo. Dal 2009 al 2018 ricopre la carica di presidente del Consorzio di Tutela dei Vini della Valtellina. Dal 2013 è operativa la nuova cantina CasaClima Wine di Postalesio, struttura di tre piani che si sviluppa su 3000 mq e certificata dall’agenzia altoatesina CasaClima per elevata efficienza energetica, compatibilità ambientale e sostenibilità dell’intera linea produttiva. 

La nuova cantina CasaClima Wine di Postalesio (c) Mamete Prevostini

«C’è da dire che fino agli anni ’90 abbiamo assistito ad un processo di abbandono delle vigne e la rinascita è stata possibile grazie anche ad un senso condiviso di responsabilità civica dei valtellinesi che ha frenato il fenomeno dell’abbandono. È stata una scommessa difficile. Oggi la superficie vitata in Valtellina è di quasi 800 ettari, da cui vengono prodotte circa 3,5 milioni di bottiglie tra vini Docg, Doc e Igt. Non sono grandissimi numeri ma è l’unico modo per restare fedeli al territorio. Oggi non è difficile trovare una bottiglia di vino valtellinese, in Italia e all’estero. Circa il 50% delle bottiglie si ferma in Lombardia, soprattutto su Lecco, Como e Sondrio. All’estero rimane in testa la Svizzera, quindi Paesi Bassi, Belgio e Svezia. Ma non è difficile trovarci anche a Londra e New York».

Ma che caratteristiche ha il Nebbiolo delle Alpi? «Abbiamo preso la strada della piacevolezza e della fedeltà alla montagna, al suo carattere e al suo vitigno – continua -. Il Nebbiolo ha un grande delta di espressioni e a seconda di dove cresce cambia e noi siamo la dimostrazione. La montagna genera un qualcosa dal frutto croccante, fresco, piacevole. Ma si parla di Nebbiolo, quindi con un grande tannino. Il terreno delle Alpi Retiche dà vita ad un vino che è eleganza, freschezza e finezza. Che si abbina a meraviglia con i prodotti tipici della tradizione valtellinese: i formaggi, i pizzoccheri, la bresaola, e non solo».

Le cime della Valtellina guardano dall’alto le bottiglie di Nebbiolo (c) Dirupi

La versione più giovane, asciutta e da tutto pasto del Nebbiolo delle Alpi è il Rosso di Valtellina Doc, coltivato – da ovest a est – sulla sponda orografica destra dell’Adda nella fascia che va da Andenno a Tirano, con un affinamento minimo di sei mesi che molto spesso viene effettuato solo in acciaio. A condividere la base ampelografica è la Docg Valtellina Superiore (anche Riserva), che presenta cinque sottozone. Da est a ovest sono Maroggia (la più recente), Sassella (incidenza solare più diretta, prevalgono il lampone e la rosa), Grumello (le terrazze che sovrastano Sondrio, al naso profumi di frutta secca e fragola), Inferno (area meno piovosa delle precedenti e con un bilancio termico più caldo, sviluppa sentori di viola e prugna), e Valgella (i terreni sono più profondi e il terreno meno scosceso, al naso prevalgono la mandorla e la speziatura).

«Far di necessità virtù» è un’osservazione che ho già fatto presente nelle righe precedenti. Evidentemente è una costola del carattere valtellinese che è stata applicata anche al corpo del Nebbiolo alpino, meno intenso di quello piemontese, irrobustito quindi con l’appassimento nel capolavoro enologico della valle: lo Sforzato, o Sfursat. Un Amarone ante litteram, per intenderci.

Grappoli di Nebbiolo appassito (c) Mamete Prevostini

«Facciamo con l’appassimento quello step a cui la natura non arriva – racconta Mamete Prevostini -. Si ottiene uno straordinario passito secco, che la grande freschezza e il tannino del Nebbiolo contribuiscono a bilanciare con una struttura importantissima. Lo Sforzato rappresenta uno dei prodotti con cui abbiamo rilanciato il nostro mercato. Si inizia a produrlo dall’ottocento ma si inizia a parlarne davvero a partire dagli anni ’60 del Novecento».  

«La via è quella di dare sempre più risalto alle prerogative di ogni cru – prosegue Prevostini -. Le quattro sottozone esistono dagli anni ’60 e ora l’intenzione è di andare oltre questa categorizzazione. Ci stiamo muovendo sui processi di zonazione, anche a livello catastale. Il territorio sta anche investendo sulla ricerca e sulla genetica». E sull’utilizzo del legno? «Tradizionalmente è più usata la botte grande ma negli ultimi dieci anni si è diffuso anche l’utilizzo di barriques e tonneaux. Posso dire che si è trovato subito un equilibrio e che non c’è mai stata l’ossessione di migrare a tutti i costi verso un formato più piccolo di legno, sebbene abbia trovato rapida diffusione. Per il 50% degli Sforzato e dei Valtellina Superiore sono utilizzate botti grandi, per il 20% le tonneaux e per il 30% la barrique».

Vigneti nella sottozona Grumello (c) Dirupi

«Non ho mai venduto una bottiglia perché mi è sempre bastato raccontarla per convincere il mio interlocutore», ammette Fasolini a margine della chiaccherata, a conferma di come l’unicità del paesaggio montano benedetto dal Nebbiolo, l’immagine eroica della viticoltura locale e le bellezze delle Alpi siano più di una semplice cartolina suggestiva. Ma il successo della Valtellina da bere non si deve soltanto alla storia unica ed eroica del suo territorio e dei suoi vignaioli, alias custodi del paesaggio. Il merito va anche a chi ha valorizzato l’offerta culturale, naturalistica e ricreativa della valle, mettendo in rete enti e operatori dell’accoglienza, cantine, istituzioni e servizi. L’estate del 2020 rappresenta un altro turning point del panorama enoturistico di Sondrio e provincia.

«Dopo aver fatto ordine abbiamo dialogato e lavorato per allestire il prodotto di cui avevamo più bisogno in assoluto – prosegue Fasolini, che guida l’associazione della Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina dal 2015 -. Tutti gli attori che ruotano attorno al mondo del vino ne avevano bisogno. Li abbiamo messi in rete e un mese fa abbiamo lanciato il progetto «Vivi un’esperienza», un calendario che ogni giorno riunisce su una piattaforma comune, in primis digitale, le esperienze del territorio, che includono tra le altre cose le visite in cantina, nei vigneti e le serate di assaggi verticali, i percorsi e le guide in bicicletta, la scalata di una parete di falesia in mezzo ai vigneti, un tour tra i prodotti del nostro territorio, ma anche esperienze eterogenee da unire in pacchetti come una giornata in Spa con degustazione, il giro in bici associato alle visite in vigneto e la vacanza sugli sci intrecciata col mondo del vino. In Valtellina c’è un itinerario ciclabile di 114 chilometri che unisce il Lago di Como a Bormio, ma anche un sentiero parallelo in quota, in mezzo ai vigneti, che si possono percorrere anche appoggiandosi da una guida esperta. Abbiamo lanciato il progetto e allo stesso tempo offerto una nuova piattaforma web più snella per scoprire e gestire l’offerta enogastronomica ed enoturistica della Valtellina. Lo sviluppo positivo è che Sondrio si sta finalmente trasformando nell’epicentro turistico del vino nella valle. Il tema del Nebbiolo delle Alpi sta crescendo e anche la sensibilità cittadina e stanno riaprendo case storiche e spazi dedicati al tema del vino. A breve avremo una piacevole sorpresa».